L’inchiesta

Stub e intercettazioni fatali alla banda 

Assalto ai portavalori a Livorno. «I sardi avevano un’organizzazione paramilitare» 

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Un arsenale da guerra, esplosivi ad alto potenziale, cellulari burner (i cosiddetti usa e getta senza connessione Internet) e denaro contante. È quanto hanno sequestrato i carabinieri durante i blitz scattati il 19 maggio dello scorso anno, cinquanta giorni dopo l’assalto ai portavalori della società Battistolli avvenuto sulla strada statale Aurelia, nel territorio di San Vincenzo, in provincia di Livorno. È tutto scritto negli atti con cui la Procura di Livorno e la Dda di Firenze hanno concluso le indagini nei confronti di dodici persone (undici sono tuttora in carcere, una a piede libero) che avrebbero fatto parte o avrebbero gravitato intorno alla banda armata che ha seminato il terrore nel tardo pomeriggio del 28 marzo 2025, riuscendo a portar via 4,6 milioni di euro, denaro che era stato caricato al caveau di Cecina ed era diretto alla filiale di Grosseto.

Indagini concluse

Le indagini hanno messo in luce come gli arrestati fossero organizzati in un gruppo ben strutturato, con una specifica esperienza nella commissione di rapine e nell’utilizzo di armi da guerra. Fatta eccezione per Antonio Moni (47 anni, originario di Orune ma domiciliato a Castelnuovo Val di Cecina), le persone in cella sono tutte dell’Ogliastra e del Nuorese, hanno un’età compresa tra i 34 e i 55 anni, di professione allevatori o coltivatori diretti. Sono Alberto Mura (41) di Ottana, Francesco Palmas (46) di Jerzu, Francesco Rocca (47) di Orotelli, Franco Piras (47) di Bari Sardo, Giovanni Columbu (41) di Ollolai, Marco Sulis (37) di Villanova Strisaili, Nicola Fois (34) di Girasole, Renzo Cherchi (40) di Irgoli, Salvatore Campus (52) di Olzai, e Salvatore Giovanni Antonio Tilocca (46) di Ozieri. Sono rinchiusi nelle carceri di Uta, Oristano e Sassari. Indagato a piede libero Antonio Stochino (48) di Arzana, che avrebbe avuto un ruolo marginale nell’organizzazione.

Positivi

Le indagini preliminari avevano subito un’accelerata alla luce dei rilievi scientifici su due dei soggetti coinvolti, Piras e Palmas. Entrambi, il giorno successivo all’assalto, erano stati individuati nel casolare dell’amico Moni, a Castelnuovo Val di Cecina. Lasciata la Toscana, i due uomini di Bari Sardo e Jerzu si erano imbarcati da Genova il 29 marzo. Avevano raggiunto l’Isola a bordo del traghetto Moby Aki, ma ad attenderli c’erano i militari che li avevano sottoposti alla prova dello stub. Non solo. Con il nulla osta del magistrato inquirente, durante la perquisizione avevano applicato una cimice ambientale sul Fiat Ducato. Gli accertamenti effettuati dal Ris di Cagliari hanno consentito di rilevare sul reperto stub effettuato su Palmas la presenza di due particelle peculiari, ovvero derivanti dall’esplosione di colpi d’arma da sparo, con “tri-componente (piombo, bario, antimonio)”, e di tre particelle indicative costituite due da “piombo e antimonio” e una da “bario e antimonio” rinvenute tra la mano, l’avambraccio e la parte sinistra del viso.

Matrice paramilitare

Nel corso delle perquisizioni, i militari hanno trovato 5 fucili, una pistola, 1.500 cartucce di vario calibro (alcune già inserite in caricatori, tra le quali molte da guerra, compatibili con Ak-47 Kalashnikov), oltre 200 grammi di esplosivo militare, 1,5 chili di esplosivo civile (del tipo da cava), 5 micce, 20mila euro in contanti, diversi smartphone, anche del tipo “burner phone”, e passamontagna e giubbotti antiproiettile. Gli indagati sono assistiti, a vario titolo, dagli avvocati Marcello Caddori, Giuseppe Talanas, Angelo Magliocchetti, Pasquale Ramazzotti e Lorenzo Soro.

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