È un calcolo fittizio. Quasi una provocazione ma capace di restituire al meglio il peso dell’immenso tesoretto che Stato e Regione hanno sprecato in Sardegna per finanziare una reindustrializzazione non compiuta.
I numeri di riferimento sono sempre gli stessi. Spesa totale e buste paga perse. Cioè 4 miliardi in vent’anni e qualcosa come 16mila sardi che sono rimasti a lavorare nel settore. Dal Sulcis a Ottana, passando per Porto Torres e Macchiareddu. A ciascuno di loro, se si fosse fatto un rimborso diretto, sarebbero andati 250mila euro.
Certo, non esiste amministrazione pubblica che rinunci al proprio ruolo di produrre ricchezza e benessere per i propri cittadini. Ma nemmeno succede che un sistema economico campi a lungo in assenza di produzioni. Questo, tuttavia, sembra essere il corto circuito che da vent’anni a questa parte continua a compiersi in Sardegna, senza che si intraveda un’inversione di tendenza né una regia sulle trasformazioni.
Alla logica strettamente finanziaria va poi affiancato un ragionamento sociale, cioè la tenuta delle comunità che si fondano sul capitale umano. Il quadro sardo, in questo senso, è drammatico: la nostra Isola continua a perdere operai altamente specializzati, ciò che si traduce, come nell’allarme lanciato dai sindacati a più riprese, non solo nella chiusura delle fabbriche, ma anche nelle perdita di professionalità, poi difficili da ricostruire in assenza di un cambio generazionale naturale. Una sorta di passaggio di consegne sugli stessi luoghi di lavoro. ( al. car. )
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