Non cercava una giustizia terrena, forse solo un po’ di pace. Una serenità che sembra impossibile dopo la tragedia vissuta. «Nessun verdetto avrebbe mai potuto lenire il mio dolore né potrà restituirmi Chiara». Il giorno dopo la lettura della sentenza di assoluzione della ex moglie Monica Vinci, il primo pensiero di Piero Carta è sempre lo stesso: sua figlia. La tredicenne di Silì che si affacciava alla vita con tanti sogni e progetti, frantumati in un pomeriggio di febbraio di tre anni fa proprio da chi quella vita gliela aveva data.
Il dolore
Due giorni fa i giudici della Corte d’Assise di Cagliari hanno messo un punto fermo alla vicenda giudiziaria assolvendo la 54enne, ritenuta non imputabile per infermità mentale. «Mercoledì è stata una mattinata impegnativa e faticosa» ammette l’agente della Polizia locale di Oristano. «Ho seguito tutte le udienze, non è mai stato semplice ma due giorni fa molte ferite hanno ricominciato a sanguinare». Ripercorrere quel sabato pomeriggio, vigilia di Sartiglia dall’euforia sprofondata nel lutto, è stato complicato. L’assoluzione non è stata una sorpresa. «Avendo seguito l’intero procedimento giudiziario, visti gli accertamenti e le perizie, ero preparato a un simile pronunciamento – spiega Piero Carta– ma davanti a una patologia così grave, cosa si può fare? Prendo atto del corso della giustizia e ho pieno rispetto della sentenza». Fosse stato per lui, avrebbe fatto a meno di tanti passaggi in Tribunale. «Conosco la legge, so che era necessario compiere questo percorso – ripete – ma il mio dolore non cambia. Resterà sempre un vuoto incolmabile».
Il dramma
La ex moglie per i prossimi vent’anni dovrà stare in una Rems (residenza per l’esecuzione di misure di sicurezza) e dovrà convivere con tutto il peso di ciò che ha commesso. «Sono cristiano, tutti possiamo sbagliare – osserva l’agente della polizia locale – Non dico che posso accettare quanto accaduto ma non me la sento di esprimere giudizi. Mi auguro soltanto che questa donna venga curata e aiutata, che i suoi familiari le stiano vicino». La fede è sempre stata un riferimento per il papà di Chiara, un’ancora a cui aggrapparsi per non farsi lacerare dalla sofferenza. «So di non essere il solo ad aver vissuto un dramma simile, la morte di un figlio è un dolore perenne e io sto sopravvivendo».
L’eredità d’amore
«Ogni giorno vado in cimitero, è l’unico modo che mi è rimasto per vederla – spiega – Qualsiasi genitore può abbracciare un figlio tutti i giorni, io posso solo andare davanti alla sua tomba e ricordarla in ogni minuto della giornata». Da subito Piero Carta ha cercato di commemorare Chiara con iniziative e progetti. «Ho sempre pensato che per non far spegnere il suo sorriso, dovessi impegnarmi per fare del bene agli altri, aiutare soprattutto gli adolescenti e chi è in difficoltà». In collaborazione con la Garante per i diritti dell’infanzia è stato ideato il “Progetto Chiara”, con interventi nelle scuole. «Ho intenzione di continuare, ho in mente diverse iniziative da portare avanti nel nome di mia figlia. Questa è l’eredità che mi ha lasciato: un amore senza fine».
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