«Abbiamo dovuto gestire all’improvviso una situazione complicata con una ragazza disabile, e per questo l’ingresso per le visite in reparto è iniziato con dieci minuti di ritardo. Quando ho aperto le porte, scusandomi con le numerose persone in attesa, sono stata travolta dagli insulti del marito di una ricoverata. Mi urlava che “siamo un branco di incapaci”, che dovremmo “andare a pascolare le pecore”. Quando il medico di guardia si è avvicinato per difendermi e per cercare di riportarlo alla calma, ha aggredito pure lui a male parole. Poi, l’uomo mi ha lanciato addosso un carrellino, che ha sbattuto forte sullo stipite di una porta, io per fortuna sono riuscita a scansarmi», racconta Roberta (nome di fantasia), oss da tanti anni in Medicina d’urgenza del Brotzu.
Le segnalazioni
Ormai gli episodi di violenza nei confronti degli operatori sanitari sono all’ordine del giorno. Da Ferragosto a ieri, alla direzione sanitaria dell’Azienda e ai sindacati ne sono stati segnalati due, con tre professionisti dello stesso reparto coinvolti.
Un altro caso, emerso sempre ieri, riguarda una dottoressa del Pronto soccorso, che dice: «Succede tutte le notti che qualcuno ci attacchi, in un modo o nell’altro: l’ultimo che mi è capitato è quello di un tipo che voleva fumare, gli ho detto che è vietato, lui si è acceso comunque la sigaretta, si è avvicinato e mi ha sputato il fumo in faccia. Ho chiamato i carabinieri, che però non sono riusciti a mandare nessuno. Di solito arrivano, perché sì, chiediamo molto spesso il loro aiuto». Prosegue il medico: «Lo sa che ormai ho paura anche di andare sola fino al parcheggio quando finisco il turno? La situazione è diventata esplosiva, siamo vittime di un sistema in tilt, sempre di più, e in estate è veramente dura con un flusso di accessi triplicato rispetto al normale e la carenza di personale, e siamo vittime della maleducazione diffusa e della rabbia della gente. Siamo diventati il capro espiatorio di tutto quello che non va nella sanità, capisco che aspettare 16 ore al Pronto soccorso sia allucinante, ma non è certo perché noi non facciamo il nostro lavoro. Prima attaccavamo il turno di notte con trenta persone in attesa, adesso con oltre cinquanta. E se arriva un codice rosso come quello della turista travolta nel mare di Chia l’altro giorno, sono almeno due ore e mezza di slittamento per i codici minori in attesa. Molti dei quali non dovrebbero neppure arrivare da noi. Ma evidentemente la gente non capisce, a leggere i commenti sui social alle notizie sulle aggressioni che subiamo in continuazione c’è veramente da preoccuparsi, i più gentili dicono che “ce lo meritiamo”. Siamo nel mirino, ci sentiamo soli e poco tutelati».
L’allarme
«Due episodi di aggressione in appena 48 ore nello stesso reparto, più quello della collega del Pronto soccorso, sono un segnale che non può essere sottovalutato. È arrivato il momento di valutare insieme alla Direzione Aziendale un rafforzamento delle misure di sicurezza, a partire dalla presenza della vigilanza nelle aree e nelle fasce orarie maggiormente esposte, in particolare durante l’accesso dei visitatori», dice Emanuele Cabras, segretario aziendale Cimo-Fesmed Arnas Brotzu.
Interviene Gianfranco Angioni, responsabile aziendale Usb Sanità: «Al Brotzu siamo arrivati a un punto che non possiamo più accettare. Gli operatori sono stanchi, sotto pressione e sempre più esposti a tensioni e conflitti. Bisogna intervenire ora, in tutto l’ospedale. Anche l’utenza è esasperata. Pazienti e familiari si trovano spesso davanti ad attese interminabili, sovraffollamento, difficoltà di accesso alle prestazioni e risposte che non arrivano nei tempi necessari. La sicurezza si costruisce anche attraverso un’organizzazione del lavoro adeguata. Chiediamo alla Direzione di assumere una posizione chiara e aprire immediatamente un confronto con i rappresentanti dei lavoratori e con tutti gli operatori».
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