Il delitto

Nei telefoni c’è la chiave  della tragedia di Bari Sardo 

Il ritratto di Simone Concas, ragazzo timido e rispettoso Appello del parroco: «Cercate la foza nel vostro cuore» 

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L’amore tra Simone Concas e lo studio non era mai sbocciato. All’Istituto tecnico industriale di Tortolì, il 19enne di Bari Sardo, ucciso mercoledì pomeriggio all’altezza del campo sportivo di Circillai, era stato bocciato due volte e la sua carriera scolastica era arrivata al capolinea in quarta. Ma sulla condotta, il giovane era irreprensibile, tanto che qualche suo insegnante lo ricorda come un «alunno timidissimo». In aula non aveva mai mancato di rispetto a nessuno, tenendo fede all’educazione trasmessa dai familiari, persone perbene e conosciute per il gran senso del dovere. Simone non era mai stato un alunno modello, ma un ragazzo serio e rispettoso sì, sempre. L’ultimo anno scolastico aveva deciso di non frequentare, ma voleva comunque un’indipendenza economica e, come di consueto, era tornato a lavorare in un ristorante del paese. Anche qui, mai un richiamo: i suoi datori di lavoro erano contenti del suo operato, gli volevano bene e lo coccolavano.

Gli intrecci

Faceva il cameriere, Simone Concas. Nel suo giorno di riposo ha trovato la morte, violenta e atroce. Due coltellate, una all’addome e l’altra alla schiena, hanno messo fine alla sua breve esistenza. Chi lo conosceva bene e l’ha frequentato nei giorni precedenti l’omicidio, ha notato qualche segnale di insofferenza rispetto al solito. Una zona d’ombra su cui nessuno è riuscito a investigare fino in fondo perché il ragazzo aveva negato presunti problemi.

Gli screzi degli ultimi giorni con gli amici, gli stessi coinvolti nella lite con epilogo sanguinoso, forse ne avevano segnato la serenità. Ma saranno i telefoni sequestrati al minore reo confesso, alla ragazza che Concas ha investito con l’auto e al suo compagno, a fornire segreti utili a fare chiarezza nei rapporti intrattenuti nelle ore precedenti il fattaccio. La Procura li ha affidati a un esperto informatico che passerà al setaccio soprattutto le app di messaggistica da cui, è l’auspicio degli inquirenti, si potrà delineare un quadro più preciso dei legami, un tempo buoni e affiatati ma che poi si sono incrinati fino a un tragico spargimento di sangue.

Il parroco

Il (nuovo) dolore affligge la comunità di Bari Sardo. L’ingresso del campo sportivo, intitolato a Mario Todde, un giovane calciatore del posto scomparso pochi anni fa, restano i segni di una tragedia che ha squarciato la quiete estiva di un centro a forte vocazione turistica. Don Pietro Sabatini è tra i sacerdoti con maggior esperienza nella diocesi di Lanusei. Diciassette mesi dopo l’omicidio di Marco Mameli, il parroco di Bari Sardo, comunità che guida da cinque anni, si ritrova davanti a una tragedia che vede coinvolti giovani e adolescenti. Alle mamme rivolge un invito: «Vadano oltre le emozioni, cerchino nel cuore la forza di affrontare questa situazione inseguendo la pace e non la guerra». Il risultato di un pomeriggio di follia è quello di famiglie distrutte dal dolore. Fuori dalla canonica il tempo scorre lento. Nei prossimi giorni, dopo gli accertamenti della magistratura, il feretro attraverserà la navata per il rito funebre. «Le mamme - aggiunge il sacerdote originario di Lotzorai - cerchino i motivi per continuare a vivere e si sentano ancor più impegnate a cambiare questo mondo che, talvolta, è così drammatico, crudele è incomprensibile».

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