Il caso.

Minigonne e canottiere, tolleranza zero 

Tribunale, visitatori costretti agli acquisti last minute nei negozi d’abbigliamento 

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Il primo giorno di applicazione della nuova disposizione sull'abbigliamento per entrare nel Palazzo di Giustizia si è chiuso con un misto di reazioni: se per alcuni è importante che sia stato ripristinato il decoro, per altri c'è l'idea che non fosse certamente quello il principale problema di chi lavora o si serve degli uffici giudiziari cittadini. Le guardie giurate della Coopservice che sorvegliano la sicurezza dei tornelli – su esplicita direttiva – hanno così fermato chi si è presentato con pantaloncini, shorts, minigonne, canottiere, smanicati, cappellini, abiti trasparenti, infradito e ciabattine. Contenti, a primo acchito, i negozianti di abbigliamento di piazza Repubblica che si sono visti arrivare alcuni clienti fermati all'ingresso del Tribunale che avevano l'urgenza di comprare una maglietta o un pantalone lungo per entrare.

Il blocco all'ingresso

L'ultima novità decisa dalla Conferenza permanente, l'organo decisionale che raggruppa il Presidente della Corte d'appello, il Presidente del Tribunale, il Procuratore Generale e il Procuratore della Repubblica, la Presidente della Sorveglianza e tutti i dirigenti amministrativi, con la partecipazione del Presidente dell'Ordine degli avvocati, era stata anticipata giovedì dalla comparsa di alcuni manifestini che indicano i nuovi divieti. Uno dei primi ad essere stato fermato e respinto è stato un giovane che, di primo mattino, si era presentato per chiedere allo sportello del casellario giudiziale un certificato per essere assunto.

I pantaloncini troppo corti non erano a norma con il nuovo dress code, così come non lo erano quelli di un uomo che doveva essere interrogato dal Gip (alla caviglia aveva il braccialetto elettronico). Nel secondo caso, però, il servizio di sicurezza ha deciso di derogare ai divieti perché l'indagato – sottoposto a misura cautelare – non poteva esimersi dal rendere interrogatorio.

Altri utenti, non avendo alternative a portata di mano e dovendo per forza accedere agli uffici, sono corsi alla vicina Upim per acquistare in fretta un capo "regolamentare" e tornare poi a ripresentarsi ai varchi.

Il paradosso del badge

Non sono mancate le proteste per quella che molti hanno definito una disparità di trattamento. La disposizione, si legge nei manifesti, è rivolta esplicitamente ai "visitatori": una formulazione che di fatto esclude dal controllo chi lavora abitualmente nella cittadella giudiziaria. Così, mentre alcuni cittadini venivano bloccati dai vigilantes, dipendenti e funzionari, collaboratori e avvocati muniti di badge – ma anche qualche magistrato – hanno potuto tranquillamente varcare gli stessi ingressi con vestiti smanicati o con le bretelline, gonne corte, qualche sandalo a ciabatta e persino pantaloni al ginocchio. Nei social, intanto, la novità ha fatto molto discutere: forse perché, quasi tutti, restano convinti che un abbigliamento adeguato al luogo sia, prima di tutto, una scelta di buonsenso e non dovrebbe essere frutto di divieti e imposizioni.

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