«Il sospetto c’è sempre stato». Roberto Pusceddu lo ammette a oltre un anno dal delitto del fratello Marco: il dubbio che dietro la morte del volontario 51enne del 118, ucciso a Buddusò nella notte del 7 agosto del 2025 con quattro colpi di pistola al petto, ci fosse l’ex compagna Maria Cristina Falchi è stato fin da subito un tarlo che ha tormentato le notti della famiglia. Una possibile verità però troppo indigesta, tanto da averla silenziosamente nascosta a tutti, fino alla svolta delle indagini di pochi giorni fa.
Incredulità
Davanti alle telecamere di Rete 4 il fratello della vittima analizza con sorprendente lucidità la tragedia, senza tuttavia nascondere lo choc nel sapere che in cella, con l’accusa di essere la mandante del delitto, sia finita la donna che per quasi venti anni ha frequentato la sua famiglia.
«È incredibile pensare che una persona che per tanto tempo è stata parte della nostra vita, che è entrata nella nostra casa e ha preso tra le braccia mia figlia, possa essere stata capace di tanta crudeltà», ribadisce Roberto, confessando lo strazio provato in queste ore. «La verità è una cosa devastante. Perché pur avendo avuto sospetti, abbiamo sempre sperato non finisse in questo modo».
Eppure le avvisaglie c’erano tutte, almeno sentendo i racconti durante la rottura tra Pusceddu e Falchi. «Lei aveva dei comportamenti particolari. Sapevo che lo insultava e lo ossessionava come una stalker».
E poi, tra i tanti aneddoti, anche quello più inquietante: «Quando Marco andò a casa di Maria Cristina per riprendere i vestiti, trovò una foto di lui circondata da lumicini funerari. Proprio come fosse un macabro presagio di ciò che gli sarebbe accaduto».
Ed ecco che il dolore all’improvviso si trasforma in rabbia quando Roberto Pusceddu ripensa alla dinamica della tragedia. «A volte penso che tutto questo possa accadere solo nei film. Io non voglio credere che queste persone si siano comportate come veri criminali mafiosi. Perché solo dei delinquenti mafiosi possono arrivare ad assoldare dei killer per uccidere un essere umano».
Il prezzo della vita
Oltre dodici mesi non bastano certamente a lenire il dolore. Tantomeno ripercorrendo gli eventi che hanno portato all’omicidio. «Nessuno di noi si sarebbe aspettato una tragedia di queste proporzioni», dice ancora Roberto. «Mai avremmo pensato che la vita di Marco potesse essere barattata per 15mila euro».
Lo sconforto e il rancore prendono il sopravvento. «Vale veramente così poco la vita di una persona? Io non credo. Anzi, penso che non valga tutto l‘oro del mondo. Ecco perché sono convinto che sia giusto che queste persone abbiano ciò che si meritano e che debbano stare dove sono. E che debbano rimanerci per molto tempo».
Rimpianti
Roberto Pusceddu lo ripete all’infinito. «È impossibile sia successo a Marco. È impossibile che un odio tale si sia trasformato in una cattiveria così smisurata contro una persona unica».
Sì, nella memoria del fratello, Marco era l’ultima persona che avrebbe potuto finire dentro una vicenda del genere: «Era un uomo buono, pronto ad aiutare chiunque in qualsiasi situazione. Trasferendosi da Iglesias a Buddusò aveva cambiato vita e amicizie, ma aveva tenuto il suo lavoro perché ne era innamorato. Fare il soccorritore per lui era il sogno di una vita. Era come toccare la luna con il dito».
In cella
Nel mentre proseguono le indagini per arrivare alla verità di questa tragedia. Ieri i quattro arrestati (Maria Cristina Falchi, 57 anni, originaria di Iglesias, il compagno Ramon Pirosu, 45 anni di Carbonia e i due presunti sicari Bronzo Amhetovic, 42 anni, e Dejane Hadzovic di 26) sono stati sottoposti agli interrogatori dal carcere di Uta per via telematica con il gip di Sassari. Un colloquio durato poco più di cinque minuti perché tutti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Davanti ai magistrati erano assistiti dagli avvocati Alessandro Corrias, Alessandra Ferrara e Alessio De Gregoris.
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