Il lutto

Addio a Bonino, la libertà testarda 

La leader radicale si spegne a 78 anni. L’omaggio di Mattarella e Meloni 

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Piemonte, certo. Ma non solo e non tanto: la Provincia Granda, ovvero quella di Cuneo, fa storia a sé. È un serbatoio di italiani di malumore e di valore, ruvidi e di spessore come il tweed. Giorgio Bocca, per dirne uno. Per dirne un’altra: Emma Bonino, che se n’è andata ieri a 78 anni. Lo stesso giorno del liberale Raffaele Costa, un altro imbronciato offerto dal Cuneese alla politica italiana. Ma lui era di Mondovì mentre Bonino era di Bra e tanto bastò a Gianni Mura, nei tempi felici in cui giocava con le parole su Repubblica, nei suoi “Sette giorni di cattivi pensieri”, per scrivere che tecnicamente era “in-Bra-nata”. Faceva ridere, però non era vero.

La “tigna”

Sì, Bonino non aveva l’eloquio torrenziale e ipnotico di Pannella. Anzi, aveva una retorica secca e perfino una dizione scorbutica. E non aveva il pathos di Spadaccia, che nei suoi ultimi mesi di vita parlava da militante semplice ai congressi e implorava unità a quella galassia radicale sempre più simile a una diaspora indispettita. E di diplomazia aveva il tanto che le derivava dall’aver guidato quella italiana, da ministra degli Esteri nel governo Letta – dopo essere stata nella Commissione Ue con Monti su indicazione di Berlusconi e ministra del commercio con l’estero con Prodi – ma di certo Emma Bonino non era imbranata. Non era goffa, non era incerta nell’andare all’obiettivo. E non aveva bisogno di essere suadente perché «aveva la tigna». Era lei a dirlo e ieri il ricordo rimbalzava da Cagliari, dove Laura Di Napoli del Comitato nazionale Radicali Italiani ricordava che «quella stessa tigna, quella determinazione testarda la chiedeva a tutti, sempre». E su Facebook aggiungeva un elemento prezioso alla Bonino più conosciuta, quella delle battaglie per il diritto a interrompere la gravidanza e quella della moratoria internazionale contro le mutilazioni genitali femminili: «Emma era un’amica. Una cosa che forse non tutti conoscono, perché non era quella che mostrava al mondo. Emma non è riuscita a costruire una famiglia privata, duratura. Forse perché alla società, al mondo, aveva dato una quantità di tempo e di energie che normalmente si danno a una famiglia. E forse perché anche nel privato il suo carattere finiva per scontrarsi con le persone che le stavano accanto. Ma Emma una famiglia l’aveva comunque costruita. Solo che era una famiglia radicale. Era amica di compagni che oggi non ci sono più. E con alcuni di loro, nei momenti difficili, è stata quasi una seconda madre. Una parte di Emma che raramente abbiamo visto in pubblico, perché non era il suo modo di raccontarsi. Aveva un cuore enorme, ma non lo metteva in vetrina». Ma si può essere di cuore e inflessibili. E quindi «c’è un’altra cosa che Emma mi ha insegnato. Il mondo non cambia soltanto grazie alle persone buone. Cambia anche grazie alle persone ostinate».

La stampa internazionale

Quando si parla dei radicali, un tic giornalistico impone di metterne in evidenza “le contraddizioni”. Ed è strano, perché casomai hanno sempre peccato di coerenza fino a un paradossale integralismo laico. Ma se proprio va trovata una bizzarria oltre il solito stupore per i giacobini nonviolenti che sanno dialogare con i papi, accontentiamoci di questo: nonostante la tribù della rosa nel pugno sia stata sempre in polemica con l’informazione – la carta stampata e la tv lottizzata – il lungo addio di Emma Bonino, dall’annuncio del tumore dieci anni fa fino al ricovero d’urgenza di martedì – ha dato il tempo a tutti di riordinare il suo abnorme curriculum carico di denunce e di onori, arresti e incarichi, negli ordinati coccodrilli che ieri popolavano le edizioni online di Washington Post e Le Monde, Der Spiegel e Bangkok Post, i portali di Abc e Al Arabiya. E quindi il tandem con Pannella che poi diventò freddo dualismo, le sette legislature alla Camera, le due al Senato e i quattro mandati a Strasburgo, la suggestione svanita di vederla al Colle, le battaglie contro il proibizionismo e le mine antiuomo, contro i talebani e la pena di morte, i tanti nomi delle liste in cui ha corso (a una diede il proprio, poi glielo revocò) ma sempre da radicale.

La politica commossa

Ieri Mattarella la ricordava «radicale, liberale, femminista, decisamente europeista», Meloni le riconosceva una «voce forte e riconoscibile» nel ricordare che il ruolo delle donne nella società «non è una concessione, è una conquista». Prodi rimpiangeva le «belle discussioni» e la «grande lealtà», Schlein ringraziava per «gli insegnamenti» su diritti, libertà, Europa, democrazia. La prossima settimana avrà i funerali di Stato. Proprio come nei giorni scorsi Ratko Mladic, il macellaio di Srebrenica, autore di non pochi dei crimini che Bonino andò nei Balcani a denunciare a testa alta a nome dell’Europa. Bandiere sulla bara del boia e dell’accusatrice. E se volevamo una contraddizione, eccola. Ma è dell’Europa, non dei radicali.

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