Il caso

Lavitola: chiesi di sparare, non una bomba 

Il gip nega i domiciliari, l’ex editore resta in carcere: «Potrebbe fuggire» 

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Valter Lavitola resta in carcere. Il gip ha respinto la richiesta del suo legale, che sperava negli arresti domiciliari dopo le ammissioni fatte mercoledì davanti ai magistrati di Roma. Anche la Procura si era opposta. Nell'interrogatorio di due giorni fa aveva detto di aver chiesto agli autori materiali dell'attentato a Sigfrido Ranucci (organizzato «per il suo bene, per consentirgli di ottenere un livello di scorta maggiore alla luce delle minacce ricevute»), un’azione con modalità diverse: «Non un ordigno, ma quattro o cinque colpi di pistola verso il muro» della villetta di Pomezia del conduttore di Report, ha detto ai magistrati.

Lavitola non avrebbe comunque avuto nulla da ridire, ritenendo in ogni caso lo scoppio dell'ordigno rudimentale di «valore dimostrativo». Per il giudice restano immutate le esigenze cautelari, ossia il rischio di inquinamento probatorio e il pericolo di fuga alla luce della “rete sui cui l'imprenditore può contare”.

L’attentato

Un attentato, quello del 16 ottobre del 2025, che nella mente di Lavitola doveva essere «puramente dimostrativo». Una richiesta che era stata fatta al suo factotum, il cittadino camerunese Gomes Tavares, attualmente latitante e nei confronti del quale la procura di Roma chiederà l'estradizione. A quel punto l'intermediario ha contattato la banda di quattro persone, tutte originarie dell'Avellinese, per portare a termine l'azione. Ma il gruppo ha fabbricato una bomba rudimentale con gelatina da cava, un ordigno che ha semidistrutto le auto del conduttore di Report che si trovava all'interno della villetta con la propria famiglia. Una scelta sulla quale, nonostante le indicazioni iniziali al suo factotum, però Lavitola non avrebbe comunque avuto nulla da ridire ritenendo lo scoppio di un ordigno rudimentale comunque di «valore dimostrativo».

Cosa sapeva Ranucci di tutto ciò? Nella lunga confessione, durata oltre cinque ore, l'ex editore avrebbe negato di aver avvisato l'amico del suo progetto. Tuttavia, secondo quanto riporta il sito de Il Giornale, alla domanda se avesse avuto l'impressione che il giornalista avesse intuito o sospettato qualcosa, Lavitola avrebbe risposto: «Non lo escludo». Parole su cui al momento non arrivano conferme da fonti inquirenti. Certo è che questo è uno degli aspetti su cui i pm vogliono fare chiarezza. Al termine delle verifiche sui device di Lavitola, non prima di settembre, torneranno quindi a convocare in Procura Ranucci, come persona informata sui fatti. In base a quanto si apprende, nel corso delle audizioni svolte nei mesi scorsi quando le indagini erano in corso, il giornalista non avrebbe mai fatto riferimenti al suo rapporto con Lavitola né del progetto politico dell'ex editore né al quesito di un sondaggio a cui lo stesso Ranucci aveva lavorato apportando anche alcune migliorie al testo.

Nel lungo confronto con il giudice, il 60enne ha comunque escluso che il movente sia legato al suo progetto politico su Ranucci, alla sua ambizione di portarlo in pochi anni a Palazzo Chigi e ritagliarsi per sé un ruolo da spin doctor. La versione fornita in un ufficio del carcere di Rebibbia da Lavitola non sembra convincere i magistrati di piazzale Clodio che la bollano come "inverosimile".

I dubbi della Rai

E ai piani alti della Rai starebbe montando un malcontento per il danno reputazionale per l'azienda scaturito dalla vicenda che coinvolge il giornalista. I vertici seguono con attenzione l'evoluzione dell'inchiesta e non nascondono insofferenza e preoccupazione per possibili ricadute anche sotto il profilo della raccolta pubblicitaria.

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