Dal talento sofisticato di Chloé Zhao in corsa agli Oscar

“Hamnet: nel nome del figlio” Il mondo è un palcoscenico 

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Stiamo vivendo un periodo molto fortunato di uscite al cinema. Anche nel pieno delle trattative tra le case di produzione e i migliori offerenti - alludendo allo scenario incerto che si prospetterà con l’acquisizione di Warner Bros. da parte di Netflix - ad alleggerire lo spirito contribuisce la qualità dei titoli in gara nell’attuale stagione dei premi. Ed è proprio di fronte al freddo business delle grandi majors che ritrova forza il tema dell’arte come rimedio ai turbamenti della vita. Tra esempi di rilievo, come “Sinners” di Ryan Coogler o “Sentimental Value” di Joachim Trier, non poteva che riconfermarsi il talento sofisticato di Chloé Zhao. Attratta dal retroterra mistico e cultuale del Cinquecento, che ha ispirato le opere immortali di William Shakespeare, la cineasta realizza “Hamnet: nel nome del figlio”, adattamento dell’omonimo romanzo di Maggie O’Farrell, attualmente in lizza nelle categorie più ambite della prossima edizione degli Oscar. Armata del suo stile viscerale che esalta i sentimenti più intensi dell’animo, Zhao innalza il palcoscenico a luogo eminente di trasfigurazione, attraverso il quale la sofferenza, in una nuova forma, conduce a una lenta ma necessaria ricostruzione del senso.

La storia

Nell’Inghilterra del XVI Secolo, a Stratford-upon-Avon, William Shakespeare, giovane insegnante, fa la conoscenza di Agnes: una ragazza eccentrica, considerata una sorta di strega e intimamente legata al culto pagano della natura. Fin dal primo incontro tra i due scorre un’irresistibile attrazione, e non passa molto prima che decidano di sposarsi, incuranti dei pregiudizi delle rispettive famiglie. Nata la loro prima figlia, Susanna, cominciano a emergere le difficoltà iniziali nella convivenza: William patisce l’urgenza di esprimersi attraverso la scrittura e, pur di salvare la relazione, decide di partire per Londra col sogno di fondare una compagnia e mettere in scena le sue drammaturgie. Nel tempo trascorso a casa, con Agnes che si prende cura della prole, la coppia dà alla luce due gemelli: Eliza e Hamnet, unico figlio maschio. William continua a dividersi tra le attenzioni familiari e i viaggi di lavoro, ma a preoccuparli ora sarà soprattutto l’intensificarsi dell’epidemia di peste, ormai abbattutasi su tutto il continente. La costruzione lineare dello spazio visivo è supportata dal rigore, quasi sacrale e contemplativo, che permea ciascun elemento dello scenario: dalle terre selvagge alle architetture dell’epoca, fino agli oggetti della quotidianità. Interviene sensibilmente anche la solennità dei suoni ambientali, inframezzati da brevi e pertinenti sequenze musicali. Ma, più di tutto, è il sorprendente lavoro di direzione attoriale a sorreggere l’insieme: con indubbia competenza, la regista coordina il potenziale espressivo degli interpreti trascinandoli in un dilaniato vortice di passioni. Ciò si ricollega intimamente alla funzione benefica del teatro, che, inscenando i dolori più atroci, scorge in essi una costruttiva via di fuga.

Applausi

Paul Mescal e Jessica Bukley, come due giganti, mostrano un coraggio e una presenza scenica che capita raramente di ammirare sullo schermo. Un lavoro monumentale, unico nel sondare gli abissi dell’interiorità umana e segno evidente di quanto ancora l’esperienza in sala possa far sentire con forza la propria voce.

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