Macchiareddu.

Guerra legale tra Cacip e Tecnocasic 

Porru, ex presidente del Consorzio, querela Anedda, amministratore della società in house 

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Una cifra che oscilla tra gli 1,9 milioni e i 2,8 milioni di euro e fa riferimento, in base a due versioni diverse, a costi extra oppure a mancati guadagni nella vendita di energia provocati dal malfunzionamento degli impianti. Sarebbe questo dato, e la sua natura, uno dei punti di innesco dell’accesa diatriba tra il Tecnocasic e il Cacip sfociata lo scorso luglio nelle dimissioni di Barbara Porru dalla guida del Consorzio costituito da Città metropolitana di Cagliari e Comuni di Assemini, Capoterra, Elmas, Sarroch, Sestu e Uta.

Le verifiche

Quella cifra secondo Porru si riferirebbe agli “extra costi” sulla base di quanto indicato dalla società Ernst&Young nell’analisi eseguita per volere del Consorzio dopo l’allarme del proprio collegio dei revisori dei conti sulla presenza di «oneri», che la società di verifica ha definito «di carattere strutturale e ricorrente», al Tecnocasic; il cui amministratore unico Sandro Anedda, però, identifica quel valore nei minori incassi ottenuti a causa dell’inferiore vendita di energia rispetto al passato (una differenza quantificata in 1,9 milioni di euro). Tanto che, aggiunge, proprio Ernst&Young «in una nota successiva ha spiegato che gli extra costi non sono imputabili al Tecnocasic».

La diatriba

Un botta e risposta che ha una coda di natura giudiziaria, perché dopo le dimissioni arrivate in seguito alla mozione di sfiducia presentata contro di lei dal cda (i sindaci Beniamino Garau di Capoterra, Mario Puddu di Assemini e Angelo Dessì di Sarroch), l’ex presidente Porru ha denunciato Anedda per diffamazione accusandolo di aver reagito all’analisi dei conti con una serie di comportamenti ritenuti ostruzionistici e divulgando informazioni definite «false» contro di lei.

La querela

Tutto comincia dalla relazione con cui nove mesi fa i revisori segnalano la presenza continuativa nel Tecnocasic (società in house del Cacip e dunque soggetta a controllo analogo) di quegli oneri definiti «strutturali», aggiungendo che il loro riconoscimento peggiorerebbe il conto economico e l’esposizione finanziaria del Cacip. Così il Consorzio il 25 novembre decide all’unanimità di verificare la correttezza di quei conti.

Gli impianti

Da allora, secondo la querela, Anedda rallenta i controlli e «l’approvazione del bilancio 2025». A dicembre il Cacip chiede alla controllata di contenere le spese tagliando consulenze, riorganizzando il personale e tamponando i costi dovuti al fermo impianto: il “revamping” (rinnovamento) della linea A è in corso dal 2020 e già nel 2024 il Tecnocasic ha usato 740.905 euro per ristrutturare e far funzionare la caldaia della linea B per almeno altri 12 mesi (così da garantire lo smaltimento dei rifiuti).

Ma la linea B proprio nel 2024 aveva avuto problemi ed era stata oggetto di lavori nel 2025, anno in cui tuttavia non ha mai funzionato nonostante un certificato di regolare esecuzione rilasciato proprio dal Tecnocasic.

L’accusa

Il documento, pur non definitivo, evidenzia diverse presunte criticità nella gestione di Tecnocasic. In particolare su quella ipotetica maggiore spesa tra 1,99 e 2,78 milioni di euro. Anedda, a riguardo, nelle comunicazioni col Cacip definisce di volta in volta (secondo quanto riportato nella querela) carenti i controlli analoghi del passato; manifesta «disappunto» per il modo in cui procede la due diligence sostenendo che la verifica vada fatta congiuntamente da Consorzio e Tecnocasic mentre a suo dire è stata gestita unicamente da presidente e dg senza il suo coinvolgimento; parla di una «assoluta mancanza di collaborazione da parte dell’ente, che persiste in una condotta che sarebbe più consona a una parte avversa»; ritiene di non poter «condividere direttamente con Ernst&Young la documentazione chiesta» perché contenente «dati e informazioni riservate dell’attività sociale»; definisce «strumentale» la natura «delle contestazioni» rivolte al Tecnocasic dal dg del Cacip.

La riunione

Dopo la riunione urgente del cda nella quale viene sfiduciata, Porru si dimette. Poi tramite l’avvocato Aldo Luchi querela Anedda per aver voluto «creare nel cda un clima di sospetto sulla presidente solo perché nella corretta esecuzione del suo ruolo di rappresentante dell’ente controllante ha impedito che la due diligence fosse ritardata o ostacolata».

Sarebbe «falso» che Anedda non sia stato coinvolto nelle verifiche, viste «le molteplici richieste di collaborazione sempre ignorate da Tecnocasic». L’unica finalità del manager era «ostruzionistica», con l’addebito al Cacip di un «atteggiamento ostile». Ora è tutto nelle mani dei pm.

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