La tragedia.

«Filippo era tutta la nostra vita» 

I genitori del 17enne morto nell’incidente al Poetto: «Ragazzi, non correte» 

Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp

Forse sta già volando, sulle ali del mondo, nel cielo infinito. Lo aveva detto e cantato nel video, quando aveva cinque anni, la felpa blu, gli occhi color cielo: di quelli che ti entrano dentro e ci restano per sempre. “Volerò sulle ali del mondo, nel cielo infinito volerò, resterò per sempre bambino, e questo è il destino che incontrerò… Volerò, tra sogno e reale e mi farò male, quando cadrò…”. Una settimana dopo la sua morte sembra quasi una premonizione. «Magari lui già lo sapeva che sarebbe rimasto bambino. Forse inconsciamente lo sapevo anche io, per questo ero tanto apprensiva», piange, mamma Sonia. E il marito Francesco le accarezza dolcemente il volto. «Lui era la mia vita. La nostra luce». Piangono insieme, ricordano il loro unico figlio, la luce spenta, all’alba di venerdì. Una settimana dopo piangono ancora.

Le lacrime

«Mi manca, mi manca da morire. Ma come si fa?», piange, mamma Sonia Angeli; piange anche Francesco Corongiu. «Te lo domandi. Perché a lui? Perché a noi? Ma non ci sono risposte», dice lui, che ha già una battaglia durissima da portare avanti. E lei deve trovare ancora più forza, così sembra quasi una richiesta non umana. «Fili mi dava coraggio, diceva che ero il suo supereroe». Piangono ancora, insieme, e poi uno alla volta. Con la mente che va lì, a quell’alba del giorno che non verrà. L’allarme sul cellulare, l’avviso nell’app collegata al motorino, il telefono spento, la corsa folle. «Io lo sapevo, lo sentivo». Le luci blu delle ambulanze, Filippo è sull’asfalto, con gli occhi socchiusi. «Gli ho stretto la mano, ho pregato che si risvegliasse. “Fili, Fili, non andartene”, gli ho ripetuto mentre lo stavano rianimando». Non è servito. Morto, suppliche inascoltate. Il resto è la rosa bianca, cresciuta all’alba, e due famiglie straziate. Due vite ferme, su un palo: quella di Filippo e Gabriele Galici. C’è la stanza come l’ha lasciata, nella casa a Monserrato: il letto fatto, con i tre cuscini che usava Filippo. «L’altro giorno uno l’ho preso, l’ho abbracciato, volevo sentirlo». Lo sente anche la sua mamma, che ha una “F” dentro un cuore, sul polso sinistro. Un regalo del suo ragazzo rimasto bambino. «Per i miei cinquant’anni mi aveva regalato 50 euro, per farmi un tatuaggio»: lo mostra, lo accarezza, come a volergli dar vita a quella “F”; quella di Filippo, di fatalità, dei tanti forse che si rincorrono nella mente. «Il motorino glielo avevo regalato io, per la sua promozione. Ma sarebbe potuto succedere anche mentre usava quello di un amico. I sensi di colpa sono umani, ma non abbiamo colpe». Non ne danno neanche alla vita, che non è stata mai troppo gentile con loro. Le aveva dato quel figlio, l’unico, atteso per due anni, e poi se l’è ripreso.

L’attimo e il vuoto

La mente torna indietro, riparte dalla vita; quella custodita nei cellulari che sembrano tombe laiche. Le foto dei viaggi, la famiglia riunita, sorridente, gli occhi color cielo di Filippo, che avrebbe compiuto diciotto anni tra qualche settimana. «Lui voleva diventare imprenditore, diceva che voleva fare profitto e non stare chiuso in ufficio, perché la vita era fuori». Aveva in programma un volo col paracadute, la festa per la maggiore età ancora da pianificare. Il diploma da prendere, l’università, il futuro: tutto cancellato. Dopo la notte in discoteca, con gli amici, con Gabriele, andato via insieme a lui. «Era tanto sensibile, divideva la merenda con i compagni che non l’avevano. Era buono, determinato. Aveva iniziato a fare il porta pizze per avere i suoi soldi, a noi non ne chiedeva. Non chiedeva mai». Dava, dava tanto, Filippo: lo si legge nelle tante attestazioni di cordoglio e stima che mostrano nei due cellulari; che dentro ci trovi la vita intera; quella di prima, prima di quella notte senza giorno. «Viveva a mille, come tutti i suoi coetanei, noi vorremmo dire a tutti i ragazzi di ricordarselo sempre che la vita è preziosa. Non correte, a prescindere che siate in macchina, in motorino o senza mezzo, non correte. Rallentate, assaporate ogni giorno, ora, minuto, secondo, prendete l’attimo, perché non si sa cosa accadrà». Una settimana dopo è tutto come prima, il silenzio che grida nella casa che non è mai stata grande ma ora è ancora più piccola. Il letto fatto, dove Filippo non si sdraierà più, il corteo di amici e parenti che fanno visita e cercano di dar conforto, ma non basta. «Vorrei che me lo spiegassero, se il dolore cambia. Come si fa? Come si fa a sopportare tanto?». Piangono, Sonia e Francesco, si abbracciano, si guardano, si accarezzano, si cercano. E cercano risposte. Ma c’è soltanto silenzio. «Ci manca da morire, da toglierci il fiato, da far sanguinare il cuore». C’è ancora la rosa bianca, nel lungomare Poetto. E il sole che non riscalda.

RIPRODUZIONE RISERVATA  

Questo contenuto è riservato agli utenti abbonati

Per continuare a leggere abbonati o effettua l'accesso se sei già abbonato.

Accedi agli articoli premium

Sfoglia il quotidiano da tutti i dispositivi

Sei già abbonato?
Sottoscrivi
Sottoscrivi