Già record al botteghino per il regista Antoine Fuqua

È stato il più grande? Sì Su tutti, Michael Jackson 

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Che prima o poi si decidesse di girare un biopic sul Re del Pop - l’inimitabile Michael Jackson, uno degli artisti più versatili e influenti della musica moderna - era, in fondo, solo questione di tempo. A cogliere la palla la balzo è stato, ancora una volta, Graham King, storico produttore tornato in auge con il campione d’incassi “Bohemian Rhapsody”. Ma, benché possa apparire, almeno sulla carta, un successo garantito, il caso di “Michael” si è rivelato, in realtà, più ostico del previsto. Oltre ai blocchi dovuti agli scioperi di attori e sceneggiatori, la produzione si è dovuta scontrare con il “The Estate of Michael Jackson”: l’ente legale che cura il patrimonio della star, il quale ha impedito ogni tipo di riferimento ai processi e alle accuse di molestie intentate a suo nome. Ciò ha causato lo slittamento di un anno della data d’uscita e una revisione completa del copione, incidendo anche sul tono e sulla finalità del progetto. In questo clima instabile, il regista Antoine Fuqua ha preferito focalizzarsi sul lato strettamente artistico della biografia, scandito sia dai traguardi personali sia dalle difficoltà nei rapporti familiari.

La storia

A Gary, negli anni ‘60, Michael occupa fin da bambino il ruolo di frontman nei “Jackson 5”: una band composta insieme ai fratelli e guidata da Joe, padre autoritario ossessionato dall’idea del successo. La svolta arriva dopo l’esibizione al Regal Theater, nell’Illinois, quando i cinque componenti vengono notati dalla Motown Records. Da quel momento, la famiglia passerà da un tenore di vita modesto al benessere di chi vede ricompensati i propri sacrifici. Ma, intanto, le qualità di Michael si distinguono sempre più, motivandolo a intraprendere la strada da solista. Con il crescere della fama, la presa di Joe si farà ogni volta più stretta, obbligandolo a scegliere tra la cieca obbedienza e la volontà di seguire la propria strada senza ulteriori condizionamenti. Appariva chiaro fin dalle anteprime che non si fosse badato a spese sul comparto visivo, volto a ricostruire con cura maniacale i momenti più iconici, dai videoclip alle esibizioni live. L’effetto è quello di sentirsi proiettati indietro nel tempo, incantati da un gigante della scena che pare resuscitato dinanzi ai nostri occhi. A scoprire subito il fianco, tuttavia, è la scrittura: delineando un protagonista che non sembra conoscere la dimensione del conflitto, assistiamo alla sua ascesa in una prospettiva quasi messianica, pur di fronte alle fragilità e al peso schiacciante della figura paterna. Ciò non aiuta a empatizzare con il suo profilo, rendendolo quasi impersonale anche nelle inclinazioni filantropiche o nell’affetto per gli animali, privo cioè di quella componente oscura che avrebbe portato lo spettatore a rispecchiarsi con più naturalezza.

I protagonisti

Malgrado ciò, gli interpreti compiono un lavoro egregio: Jaafar Jackson, nipote del compianto Michael, si rivela con una somiglianza e una qualità performativa da lasciare a bocca aperta; Coleman Domingo, con malinconica durezza, convince anche di fronte alle lacune dello script. Un titolo che, purtroppo, scivola nel tranello dell’agiografia, impedendogli di brillare tra i migliori esponenti del genere. Lo salva la bontà degli elementi estetici, con la rimessa a lucido di un’eredità che, anche in questa forma imperfetta, conserva intatta la sua bellezza.

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