«Il pane carasau può diventare uno dei simboli della rinascita del grano duro sardo».

È questa la sfida lanciata oggi da Nuraminis, dove una folta rappresentanza della filiera si è ritrovata nella sala dell’Ex Monte Granatico per un confronto promosso da Coldiretti Sardegna che ha messo attorno allo stesso tavolo produttori, cerealicoltori, mondo della trasformazione, industria, ricerca e istituzioni.

Un confronto che si è concluso con la sottoscrizione del "Patto di Nuraminis” per una filiera sarda del grano duro, del pane carasau e del pistoccu: un impegno comune per costruire una filiera interamente sarda, valorizzare la materia prima e dare maggiore remunerazione agli agricoltori.

«Quello di oggi è molto più di un documento – sottolinea il presidente di Coldiretti Sardegna, Battista Cualbu – è un’assunzione di responsabilità da parte di tutta la filiera. Il grano duro sardo ha qualità, agricoltori capaci e una storia produttiva importante, ma per troppo tempo abbiamo assistito alla riduzione delle superfici e alla perdita di valore della cerealicoltura. Oggi mettiamo attorno allo stesso tavolo tutti i protagonisti e diciamo con chiarezza che il futuro può passare dalla costruzione di una filiera sarda, capace di utilizzare il nostro grano per uno dei prodotti più identitari della Sardegna. Il carasau può diventare uno dei motori della rinascita del grano duro sardo».

«Abbiamo una materia prima che può soddisfare le esigenze della filiera e che presenta caratteristiche qualitative importanti – evidenzia il direttore di Coldiretti Sardegna, Luca Saba – Ma la qualità da sola non basta se non siamo capaci di trasformarla in valore economico. Per questo serve una filiera che coinvolga tutti: agricoltori, molini, trasformatori e panificatori. Non possiamo pensare a una filiera sarda se il grano prodotto dagli agricoltori sardi viene sostituito lungo il percorso. Dobbiamo costruire un sistema nel quale il valore resti sul territorio e nel quale chi coltiva il grano possa ricevere una remunerazione adeguata».

Al confronto hanno partecipato, oltre ai vertici di Coldiretti Sardegna, il ricercatore Marco Dettori, Antonio Farris, presidente dell’Associazione Culturale Accademia Sarda del Lievito Madre, Alberto Cellino, presidente di Confindustria Sardegna, e Francesco Agus, assessore dell’Agricoltura della Regione Sardegna.

Nella sala Ex Monte Granatico erano presenti una folta rappresentanza di imprenditori e aziende della filiera, associazioni di categoria, rappresentanti delle agenzie regionali, numerosi sindaci del territorio ed esponenti delle istituzioni regionali, insieme a tanti operatori del comparto. Una partecipazione ampia che ha dato al confronto una forte dimensione territoriale e istituzionale e ha confermato la necessità di dare una prospettiva nuova alla cerealicoltura sarda.

Alla giornata è emersa una consapevolezza comune: la qualità del grano duro sardo è rimasta un patrimonio da difendere e valorizzare, nonostante la drastica contrazione delle superfici. Nel 2008 in Sardegna si coltivavano poco più di 78 mila ettari di grano duro, mentre nel 2026 le superfici sono scese a circa 23.600 ettari, con un calo di quasi il 70%. Nello stesso periodo la resa è cresciuta del 25,7%.

Nel corso dell’incontro è stato sottolineato come il grano duro prodotto in Sardegna presenti caratteristiche qualitative di rilievo, anche per quanto riguarda il tenore proteico e, in particolare, quello glutinico. Una qualità che rappresenta una risorsa strategica per l’agricoltura e l’agroalimentare dell’Isola e che può trovare nel pane carasau e nel pistoccu uno sbocco di particolare valore.

È questo il cuore del Patto sottoscritto a Nuraminis: dare valore al grano sardo lungo tutta la filiera, dal campo al prodotto finito, rafforzando il legame tra materia prima, trasformazione e territorio. Il pane carasau può intercettare una quota molto più importante del grano duro prodotto nell’Isola e diventare così uno strumento concreto per aumentare il valore riconosciuto alla materia prima e agli agricoltori.

«Perché questo accada, però, la filiera deve essere compatta», evidenzia Coldiretti. «Il grano sardo deve essere utilizzato lungo tutti i passaggi, dai molini ai panificatori, fino al prodotto che arriva al consumatore. E proprio il consumatore dovrà essere coinvolto attraverso una campagna di informazione sul valore di una filiera realmente sarda».

Dentro questo percorso c’è anche la sfida della tutela e della riconoscibilità del pane carasau, attraverso un marchio o una denominazione capace di rafforzarne il legame con la Sardegna. Coldiretti guarda con favore, in prospettiva, a uno strumento forte come la Dop, ma qualunque sarà il percorso scelto – compresa l’ipotesi IGP oggi al centro del lavoro del Comitato promotore – dovrà esserci una condizione irrinunciabile: l’utilizzo esclusivo di grano duro prodotto in Sardegna.

È proprio questa la richiesta contenuta nel Patto di Nuraminis al Comitato promotore per la costituzione dell’IGP del pane carasau e del pistoccu: prevedere nel futuro disciplinare l’impiego esclusivo di grano duro sardo.

«Il Patto di Nuraminis è dunque il primo passo di un percorso che mette insieme produttori, industria, trasformazione, ricerca e istituzioni con un obiettivo comune: trasformare la qualità del grano sardo in valore, reddito e futuro. Ora la sfida è trasformare quell’impegno in una filiera concreta, riconoscibile e interamente sarda, facendo del pane carasau uno dei grandi ambasciatori della qualità del grano duro dell’Isola».

(Unioneonline/l.f.)

© Riproduzione riservata