Omicidio a Torregrande, il nuovo romanzo di Matteo Manca
La recensione del libro edito da PiemmePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Che la Sardegna sia una fucina di giallisti (e di scritture più in generale) è un dato che ormai non sorprende, e densa e interessante sarebbe la mappa geografica dei luoghi narrativi che ospitano delitti (spesso estivi, come i libri che li raccontano): dalla Sassari-Alghero di Gavino Zucca alla Carloforte di Antonio Boggio, dalla Nùoro degli Elias Mandreu e di Carlo Augusto Melis Costa alla Cagliari di Francesco Abate e Maria Francesca Chiappe.
In questa fitta mappa, frequentata tra l'altro dai personaggi partoriti dalle penne di Eleonora Carta, Piergiorgio Pulixi, Flavio Soriga (e del compianto Giorgio Todde, che meriterebbe uno spazio e un ricordo a parte) si inserisce “Omicidio a Torregrande”, il nuovo romanzo di Matteo Manca edito da Piemme.
I fatti: a Torregrande s’insinua già l’odore dell’estate quando, nella piscina della Residenza della Luna, viene trovato il corpo della sedicenne Chiara De Angelis, figlia di un medico molto conosciuto a Oristano. Da questa immagine, una ragazza restituita dall’acqua, prende avvio il romanzo. A occuparsi del caso sono l’ispettrice Diana Falchi e il vice ispettore Federico Garau. A loro verrà affiancato Oreste Ginevra, criminologo bolognese dalla memoria prodigiosa e i rituali inflessibili derivanti da un disturbo dello spettro autistico, uomo dall’aria di un John Lennon precipitato dentro un romanzo di Agatha Christie.
Diana lo accoglie con ostilità: dietro la sua diffidenza c’è una ferita che il delitto riapre. Intanto alla morte di Chiara si sovrappone la scomparsa di Elisa Colomo, insegnante del liceo De Castro. Manca orchestra così un’indagine corale, disseminando falsi colpevoli e indizi destinati a cambiare significato.
Il nucleo più interessante del romanzo è il conflitto fra essere e apparire. Nulla che si possa raccontare senza rovinare il piacere della lettura, dando al lettore degli indizi che rischierebbero di sbilanciare il fair play con cui il romanzo è costruito; tuttavia, ci pare lecito poter ragionare su quanto il giallo diventi, in questo caso, anche una riflessione sulla capacità di costruire certezze attorno al pregiudizio: non vediamo i fatti, sembra suggerire Manca, ma spesso la storia che siamo già disposti a credere. Lo stesso vale per la memoria dei protagonisti, capace di deformare il passato per renderlo sopportabile.
Pur con qualche trascurabile inciampo e qualche didascalia, il romanzo possiede ritmo, chiarezza e quel forte radicamento territoriale tipico del giallo di provincia italiano: Torregrande, Oristano, e il Sinis nel complesso compongono una geografia riconoscibile attraversata da dialetto, musica, cibo e storia. La coppia formata da Diana e Oreste funziona nella capacità dei poli contrari di attrarsi: due intelligenze opposte, una istituzionale e rigorosa, con una ferita profonda che mina la fiducia verso il criminologo e l’altra eccentrica e deduttiva, costrette a correggersi a vicenda.
Più che il nome dell’assassino, alla fine conta il meccanismo che lo ha protetto. Così, se nel prato sintetico di una villetta della Residenza della Luna in mezzo ai ciuffi verdi ne spuntano alcuni giallastri, non possiamo non pensare per similitudine che certe menzogne imitino la realtà anche a costo di rivelarsi grottesche. E che, in fondo, tutto il romanzo di Matteo Manca stia in quel prato.
