Un narratore che, almeno all’inizio, racconta poco di sé. Sappiamo che è uno scrittore quarantenne, emigrato in cerca di lavoro e senza certezze. Viene accolto con apparente ospitalità nella grande villa del cugino Mauro a Enniskerry, nella contea di Wicklow in Irlanda, e si trova a convivere con l’uomo, sua moglie Olivia, i loro cinque figli e le due governanti Sara e Gema, in una famiglia disfunzionale e un regime domestico oppressivo, scandito da norme ossessive e maniacali.

Nemmeno il mondo esterno offre riparo: il protagonista osserva luoghi e persone come fossero specchi della propria inadeguatezza e tenta senza successo di trovare lavoro nelle librerie di Dublino e Bray, finendo però per accettare un’occupazione come addetto alle pulizie in un hotel. In questo esilio emotivo, in un’Irlanda piena di contraddizioni, il protagonista intesse amicizie improvvise e solidarietà sotterranee con le babysitter, vive una fugace relazione sentimentale e scopre nella scrittura l’unica forma di resistenza possibile e la sua unica vera patria.

L’isola, con le sue piogge eterne e il suo verde senza fine, diventa lo specchio di una crisi identitaria, che respinge e allo stesso tempo costringe a guardarsi dentro, facendosi complice di una trasformazione. L’esilio irlandese diventa così un laboratorio interiore fatto delle parole e delle storie necessarie per trovare, finalmente, una casa. Una “casa da costruire”, cioè - per usare un termine tedesco caro all’arte e alla pratica del Novecento - una propria bauhaus. E non a caso proprio Bauhaus (readerforblind, 2026, Euro 22,00, pp. 576) si intitola il romanzo di Gianfranco Di Fiore che raccoglie le vicende appena accennate.

La copertina del libro (foto Roveda)
La copertina del libro (foto Roveda)
La copertina del libro (foto Roveda)

A Gianfranco Di Fiore, scrittore con alle spalle già una carriera più che decennale, abbiamo chiesto quanto c'è (se c'è) di autobiografico nel libro:

«È la domanda più difficile per uno scrittore, e lo diventa ancor di più per Bauhaus. A poter semplificare (per pudore o paura), potrei dire ‘tutto e niente’, e in parte credo sia così; ma io tendo per natura a ricercare la complessità, provo a ri-definirla, e allora ripenso a un caposaldo della filosofia del ‘900 che è Differenza e ripetizione, di Gilles Deleuze, uno studio dell’apprendimento visto come soglia tra l’inconoscibile e il conoscibile, una dialettica giocata tra il problema e la sua soluzione: da una parte l’Idea (del vivere) e dall’altra l’esperienza (da vivere). Se penso al mio romanzo Bauhaus come a un’idea di letteratura e alla mia vita come l’esperienza concreta che fa da sfondo al romanzo, allora, per mutuare Deleuze, per il mio libro posso dire che la differenza è la ripetizione: è una storia differente dalla mia vita ma ne è al tempo stesso una ripetizione, un duplicato fedele».

Cambiare spazio, luogo in cui si vive, come fa il narratore, aiuta a mutare quello che abbiamo dentro di noi?

«Mi piacerebbe dire di sì, ma credo che noi siamo i nostri luoghi. Ciò che lo spazio natìo, familiare, incide nella carne e nei pensieri rimane per gran parte immutabile. Prova ne è la centralità che nei miei romanzi assume il territorio, l’abitare domestico e anche gli oggetti che ci accompagnano nel tempo. Più che cambiare nel corso della vita noi ci dilatiamo come Essere».

Come vive il protagonista del libro lo sradicamento, il fatto di trovarsi in un mondo alieno?

«Lo sradicamento in Bauhaus è doloroso e invalicabile perché non è subìto dal protagonista ma accade come sua scelta. Forse l’illusione di poter cambiare o migliorare la propria vita, in un altro luogo/spazio, lo ha portato verso quello che si è rivelato (per me), un viaggio di amara desolazione illuminante. È facile accettare di perdere contro il destino, o la sfortuna, ma non per colpa delle proprie scelte. Sarà che la grande narrazione, che parte dall’epica, passando dalla poesia antica, come anche il racconto mitologico ha spesso portato al centro della significazione il tema del viaggio; abbiamo ereditato il senso del viaggiare da un’idea filosofica di virtù, di passaggio obbligato, ma una pianta pur se spostata con le sue radici in un altro luogo finirà per non essere la stessa, perché cambierà tutto intorno: nutrimento, clima, colori, reazioni».

Perché la famiglia che lo accoglie non riesce a essere un rifugio, un porto sicuro?

«La famiglia non è mai un porto, non è mai rifugio sicuro, anche se pensare che sia tutto questo ci rassicura. La famiglia è la prima situazione limite che il mondo ci sbatte contro, per dirla alla Karl Jaspers. Diventiamo davvero noi stessi proprio quando usciamo dalla famiglia, non avendo più bisogno di sentirci al sicuro per volontà altrui, per aspettative che non sono nostre».

Cosa rappresenta per lei la scrittura?

«Mi sbagliavo, è questa la domanda più difficile per uno scrittore. Ci ho pensato spesso, negli anni, e ho anche smesso di volerci pensare a un certo punto. Infine, ho capito che la scrittura è nient’altro che la manifestazione di un limite, il mio non essere in grado di stare dentro al mondo, la mia incapacità di non annoiarmi tra le persone, il mio non saper approdare a una serenità stabile. Più scrivo più mi limito, più racconto più non faccio altro che esprimere il mio non saper vivere. La scrittura diventa così il fenomeno (accessibile) di tutti i miei non saper Essere».

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