Anna è stata una trafficante internazionale di cocaina. Ora è solo una reclusa nella sezione Alta Sicurezza di Rebibbia. Ha perso tutto: gli anni, la libertà, e soprattutto Veronica, la figlia adolescente che rifiuta persino di vederla dopo averla giudicata incapace di prendere atto dei suoi crimini. Anna non la pensa in questo modo. Crede che Veronica non abbia mai avuto l’opportunità di ascoltare il suo racconto, ma solo la voce degli altri, la voce di sacerdoti, magistrati. Voci pronte ad emettere giudizi. Ora vuole rivelare finalmente alla figlia le cose come stanno e coinvolge due detenute in un progetto di condivisione delle loro storie criminali e di emozioni inconfessabili. Così Monica, ex rapinatrice rabbiosa e disincantata, trova la forza di raccontare la sua storia di abusi e di vendetta, e di ammettere una gioia amara per l’arresto del figlio. Virginia, una donna romanì tenuta incatenata da bambina, racconta la sua fuga e la sua convinzione di essere diventata più forte dopo aver condiviso con le altre un dolore profondo. Tra conflitti aspri e un’intimità inaspettata, le tre donne tessono un filo autentico nella vita feroce e assurda del carcere. Un filo che forse permetterà di comunicare con chi sta fuori, o almeno con sé stesse.

Nato da un laboratorio di scrittura tenuto dall’autore, Valerio Callieri, nel carcere di Rebibbia, AS3 (Fandango, 2026, Euro 16,50, pp. 204. Anche Ebook) è un romanzo di voci e di ascolto, un dramma dal sapore antico e universale che si gioca tra le mura dell’istituto penitenziario più popolato d’Italia.

A Valerio Callieri abbiamo chiesto di raccontarci cosa l’ha spinto a scrivere questo romanzo: «Il tempo è stato il fattore decisivo. Non le sbarre, le porte blindate, le chiavi tintinnanti sulla coscia dei poliziotti, e nemmeno le storie incredibili delle detenute, che pure ci sono e sono state fondamentali. Ma il tempo che trascorrevo fuori dal carcere tra un incontro per il laboratorio di scrittura e un altro e in cui facevo tante cose: invitare amici a cena, lavorare, portare mia figlia in asilo, vedere un film. Quando tornavo in carcere invece ritrovavo tutto immobile: le stesse persone che non avevano fatto nulla, e non lo avevano fatto in pochi metri quadri, con persone che non avevano scelto, ovviamente. Quindi, ecco, l'esigenza di scrivere è nata da questa sensazione terrificante e misteriosa. E, forse, anche dal fatto non riuscivo a comprendere cosa significasse ‘veramente’ questa roba qui, così come le altre esperienze liminari del carcere».

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Che peculiarità aveva il reparto dove ha svolto il laboratorio?

«Il laboratorio di scrittura è stato possibile grazie alla Fondazione Severino, che oltre a questo laboratorio di scrittura, organizza molti corsi di reinserimento sociale e lavorativo nelle carceri. La peculiarità dell'AS3, un regime di alta sicurezza di Rebibbia, è ovviamente la restrizione di qualsiasi possibilità lavorativa o premiale. Sono detenute condannate per narcotraffico o per appartenenza alla criminalità di tipo mafioso. Hanno a disposizione un'ora di colloquio a settimana, e questo vale anche per i figli maggiori di dodici anni (che per qualche motivo, superata questa età, rientrano nel regime di colloquio degli adulti)».

Cosa l’ha colpita maggiormente delle persone con cui si è trovato a "lavorare"?

«Mi riallaccio alla risposta precedente: in qualche maniera ho avuto il privilegio terribile di parlare con persone che non parlano quasi mai con nessuno. Mi ha colpito la disponibilità a mettersi in discussione, soprattutto a livello emotivo. Questo è stato fondamentale per il laboratorio e, spero, anche per la connessione tra di loro».

Perché ha scelto una storia al femminile e incentrata sul tema di una maternità in fondo negata?

«La separazione dai propri figli era un tema ricorrente per le detenute. È qualcosa che non si può comprendere a fondo se non lo si prova. E trattandosi di pene detentive molto lunghe, le detenute si trovano a vedere crescere i figli con altre persone, a intuire i cambiamenti da uno sguardo diverso dal solito durante un colloquio. Lo so che la sensibilità media al carcere in Italia è ‘chiudeteli dentro e buttate pure la chiave!’ però il modo in cui si trattano i detenuti restituisce anche la misura di una civiltà».

È stato diverso scrivere questo libro rispetto ai suoi precedenti?

«Credo sia stata una sfida a livello sia narrativo sia etico. Da una parte c'erano le vite reali delle detenute e la necessità di trasformarle e camuffarle. E dall'altra, cosa su cui ci siamo trovati d'accordo fin dall'inizio, la volontà di non trasformare le detenute in vittime in grado di suscitare la nostra pietà. Di mantenere quindi la tridimensionalità, un chiaroscuro in grado anche di farcele ‘sentire’ più profondamente».

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