Autentico, immediato, realista: «Costantino Nivola, mio padre»
A tu per tu con l’adorata figlia Claire, oggi illustratrice, 79 anni. A breve la mostra alla Triennale di MilanoClaire Nivola nella sua casa a Boston, tra le opere di Costantino (G. Locci)
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«Quello che sta per accadere è la realizzazione di un nostro sogno». Claire Nivola sorride elegante mentre ci risponde nella sua Boston. La gioia è palpabile, dopo quel risultato che sa di consacrazione per suo padre Costantino. Indimenticato artista oranese, a breve in mostra alla Triennale di Milano con la sua produzione sconfinata.
Come sta vivendo questo avvicinamento alla grande mostra milanese, in programma da novembre a febbraio?
«Con grandissima emozione, senza dubbio. La nostra famiglia da sempre pensava a una grande mostra dedicata alle opere di mio padre. Il fine era proprio questo: una retrospettiva, che potesse davvero svelare tutto il suo lavoro. Sì, la varietà di materiali che adoperava, le sue lavorazioni. Aveva una flessibilità incredibile. Tuttavia, sebbene nella sua opera ci sia una grande ricchezza di temi, alcune cose ritornano sempre: umanità, famiglia, uomini e donne di Sardegna. Direi questi aspetti “primordiali”».
Chi era davvero Costantino Nivola?
«Prima di tutto direi due cose: mio padre era autentico, immediato, presente; poi, era realista. Questo aspetto mi preme sottolinearlo perché lui era nato in povertà. Di certo non pensava che il mondo fosse tutto bello e senza problemi. Al tempo stesso, però, aveva l’impulso dell’arte, sorta di strumento per trasformare questa realtà un po’ grigia in qualcosa di romantico e poetico. Ecco, in tutte le case dove abbiamo vissuto, lui cercava sempre di creare un posto bello. Lo stesso approccio lo applicava anche a tavola: pochi ingredienti ma grandi piatti. Costantino Nivola era un ottimo cuoco. Poi, ovvio, con l’arte questo modo di intendere la vita raggiungeva il suo apice. Per esempio, prendeva la creta, il legno, con l’obiettivo di trasformarli in qualcosa di interessante».
Orani continua a investire sul Pergola Village. Ovvero, case candide, impreziosite dallo zoccolo azzurro e dalle piante di viti. Quale visione animava quel progetto?
«Mio padre ha detto molto su questo argomento. Nel suo passato povero c’erano anche tante virtù che poi sono state abbandonate. Ebbene, lui pensava alla vita di strada, ai rapporti della comunità, del villaggio. Con il Pergola Village la sua idea era quella di legare le case, la gente. Quest’anno Orani è stato il paese più caldo d’Italia: da qui si può capire come l’idea di mio padre fosse senz’altro buona. Aveva un sogno: riportare la qualità della vita, e dei rapporti, che c’era un tempo».
Figura cardine del modernismo transatlantico. Perché per Costantino Nivola l’arte era una responsabilità condivisa?
«Lui faceva “arte pubblica”, quindi pensava di avere un obbligo: creare qualcosa in armonia con la comunità. Insomma, si sentiva responsabile verso la gente del posto, verso i luoghi dove operava. Ci teneva parecchio a questo aspetto».
Adesso cosa sogna, Triennale a parte, per ricordare e valorizzare il lascito di questo straordinario artista?
«Un libro in inglese. Così, anche negli Stati Uniti, potrà essere ricordato nel modo migliore».
Gianfranco Locci
