L a foto del soldato israeliano che prende a mazzate il crocifisso fa venire in mente tante cose. Per esempio che diamo un senso sbagliato e striminzito all’aggettivo “simbolico”. Lo spendiamo per dire che qualcosa in effetti non conta granché (un “pagamento simbolico”, una partecipazione “puramente simbolica”). Eppure quel gesto trae dal simbolico tutta la sua potenza. Che è grande, a giudicare dalle reazioni (anche quelle intime di ciascuno, non solo quelle di Tajani o di chi per lui). La giornata di ieri per certi versi segna la riscossa della Storia dell’arte, uno degli insegnamenti più negletti e marginalizzati nei nostri programmi scolastici: se quella foto fa tanta sensazione è anche perché abbiamo negli occhi secoli di pittura che rappresentano il martirio di Cristo e l’odio verso di Lui. E infatti “odio” è la seconda parola che viene in mente. Sappiamo tutti che qualsiasi statua conta meno di qualunque essere vivente. E se nel rogo di una falegnameria industriale andassero a fuoco tanti crocifissi, nessuno sarebbe così sciocco da dispiacersi più che per un pedone morto sulle strisce. Però l’odio, così manifesto ed efficacemente espresso, quello colpisce. Detto questo, visto che Netanyahu si dice «sotto shock», chissà come ci rimarrà quando si renderà conto di avere decine di migliaia di esseri umani sulla coscienza. Qualcuno lo avvisi, ma con cautela.

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