La guerra è una cosa seria
Caffè Scorretto
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F acile definire Trump «un pazzo», il che sembra un insulto invece è una diagnosi. Infatti il senatore dem Chuck Schumer è più preciso: «Un pazzo fuori controllo». D’altra parte è uno che infila la prima potenza mondiale in un Vietnam del terzo millennio, e poi non sa come uscirne.
Forse tramonta un’epoca di dittatori al vertice di sistemi democratici nel mondo che era definito “civile”: finché non sono arrivati. La loro crisi emerge quando gli scudieri più fedeli cambiano aria. L’ha fatto l’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Green, con una variazione sul tema: «È impazzito, è malvagio». Sulla follia, testimonia il mega-pupazzo (umano) da coniglio che era con lui e Melania a Pasquetta. Sul resto certifica direttamente The Donald, che a fine anno ha le elezioni di medio termine: lo danno perdente.
Intanto, in Ungheria un altro dittatore è in crisi: domenica, alle elezioni, Orbán rischia di sparire. È uno che piace a Trump, a Putin e a Xi Jinping, il che è come essere gradito a Cosa nostra, camorra e ‘ndrangheta. Per scegliere i boss la gente non va a votare, ma per i leader sì: dovremmo interrogarci. Se la cava per ora Putin, che le schede se le compila da solo, ma ci si chiede quanto ancora potrà reggere nel suo fallimento.
«La guerra è una cosa seria», cantava Bennato, «buffoni e burattini no, non la faranno mai». Sbagliava.
