E il vento che dice?
Caffè Scorretto
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L a poesia è una creatura preziosa culturalmente e fragile editorialmente. A tutti farebbe bene leggere qualche verso, a pochissimi riesce di campare scrivendone. Perciò verrebbe da rallegrarsi del Nobel ad Anne Carson. Solo che l’effetto moltiplicatore che il premio avrà sulla conoscenza della sua produzione non è nulla rispetto a quello, devastante, che avrà la frase dell’Accademia svedese, che ha telefonato all’autrice per informarla e poi ha comunicato: «Ha detto che era in Islanda ad ascoltare il vento». Carson in Islanda ci vive da anni, perciò probabilmente avrà detto una cosa un po’ diversa, una cosa tipo: «Sono in Islanda che ascolto il vento». Ma l’Accademia ha riferito la sua frase in un modo che le sarà apparso più instagrammabile. Senza accorgersi che chiunque di noi normalotti, che non sappiamo granché di Carson e magari la sospettiamo parente di Kit l’amico di Tex, avrà sbottato: «Ohi, barrosa… Ma a casa sua vento non ce n’era?». E così per via di una frase neutra, o anche simpatica, estratta da una conversazione telefonica personale ed esposta con una lievissima modifica allo sguardo annoiato del mondo, ecco che un’autrice rischia di sembrare diventa una sciroccata (o una maestralata, a seconda del vento) che non sa più che sfizi cavarsi e come buttare i soldi. Abbastanza per una persona che ha dedicato la sua esistenza alla parola.
