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l'addio

Baseball, Iglesias piange l'ex tecnico Mario Pischedda

La notizia della morte a soli 69 anni
mario pischedda primo in piedi a destra con l iglesias baseball (l unione sarda)
Mario Pischedda, primo in piedi a destra, con l'Iglesias Baseball (L'Unione Sarda)

Benché avesse lasciato il diamante all'inizio del nuovo millennio, l'ex allenatore dell'Iglesias Baseball, Mario Pischedda, aveva lasciato un segno profondo ed era ancora molto amato da chi - giocatori, tecnici e dirigenti - aveva condiviso con lui il percorso sportivo nella città mineraria. E oggi la notizia della sua morte, a soli 69 anni e dopo una lunga malattia, ha suscitato grande commozione.

"Avevamo giocato assieme da ragazzi, a metà degli anni '70, e nonostante il lavoro ci avesse a un certo punto allontanato dal campo, la nostra amicizia è rimasta sempre solida, come avviene nel mondo dello sport. Negli anni '90 Mario ha dato un contributo fondamentale, era il periodo di transizione tra la vecchia e la nuova Iglesias Baseball e con lui siamo ripartiti da un gruppo di ragazzi che ha poi disputato i campionati giovanili", ha raccontato Giuseppe Saba, ancora numero uno della storica società iglesiente. Tra i giocatori che sono nati sportivamente sotto la guida di Mario Pischedda spicca il trentaquattrenne iglesiente Alessandro Tore, capitano del Cagliari: "Era stato il mio primo allenatore, dai sei agli undici anni, e posso dire che sia stato lui a forgiarmi perché mi ha insegnato il vero significato del baseball e a lottare senza mai arrendermi. Per lui eravamo tutti uguali, era severo quando si trattava di farci imparare la disciplina, ma aveva il dono di farci credere in noi stessi e nelle nostre capacità. Era un simbolo della città, amatissimo da chi ha praticato il baseball, per questo oggi noi, che eravamo i suoi ragazzi, siamo andati a salutarlo un'ultima volta".

Alessandro Tore ha raccontato anche un aneddoto legato ai primi anni della carriera. "Alla fine la squadra era arrivata in serie C. Quando guidava la prima squadra spesso portava me e qualche altro ragazzino in panchina e ci diceva di guardare con attenzione la partita, perché saremmo diventati forti e avremmo giocato pure noi. E fu davvero così, a undici anni andai in nazionale e l'anno successivo passai al Cagliari. Il baseball è una buona cosa, lo è sempre stato e lo sarà sempre. Proprio come ci aveva insegnato lui".

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