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All'Amsicora nel 1960 sfrecciavano Berruti e Poblet

L'impianto sportivo cagliaritano teatro di grandi eventi
la foto del trionfo olimpico di livio berruti (archivio l unione sarda)
La foto del trionfo olimpico di Livio Berruti (Archivio L'Unione Sarda)

Era il tempio dello sport sardo. Nell'anno della storica - e sinora unica - Olimpiade estiva italiana, la XVII, quella di Roma 1960, l'Amsicora fu l'indiscutibile epicentro dei principali avvenimenti sportivi. E non parliamo di sport locale, ma di incontri a carattere internazionale, con un sottile filo che legò Cagliari e l'Isola allo Stadio Olimpico. Il 2 giugno sulla pista non proprio impeccabile di Ponte Vittorio scesero gli azzurri universitari e tra loro Livio Berruti, che tre mesi dopo, vincendo l'oro sui 200 metri, avrebbe disegnato su quel viso nascosto dagli occhiali scuri, un profilo da leggenda.

IL DISASTRO ROSSOBLÙ - L'Amsicora, impianto privato dell'omonima Società Ginnastica, era da poco meno di un decennio anche la casa del Cagliari Calcio, unica squadra sarda capace di arrivare in Serie B (e sfiorare la Serie A nel 1954). Ma quella stagione non fu certo la più felice per i rossoblù, pure reduci dal quarto posto della stagione precedente. La squadra di Stefano Perati affrontò all'Amsicora i due scontri diretti finali per la salvezza in B con Samb e Venezia proprio a cavallo di quel 2 giugno. Il primo pareggio con i rossoblù marchigiani chiuse in anticipo il discorso e fece infuriare i tifosi cagliaritani. Ci fu l'invasione di campo per contestare l'arbitro (un milanese dal tragicomico nome di Rebuffo), dovettero intervenire i poliziotti e perfino i vigili del fuoco con gli idranti. Il Cagliari affondava in C con una scena degna della "fine del Borgorosso" (mancava soltanto Alberto Sordi a gridare: "Che fate?!? Ci squalificano!") e il successivo 1-1 con il Venezia chiuse una pagina di storia. Seguì una tumultuosa assemblea tra i soci della US Cagliari dalla quale venne fuori la nuova dirigenza: il presidente Giuseppe Meloni lasciò, fu sostituito da Enrico Rocca e Andrea Arrica. Arrivò "Sandokan" Silvestri e il resto della storia è ben noto.

L'Unione Sarda presenta così il meeting del 2 giugno 1960 (Archivio L'Unione Sarda)
L'Unione Sarda presenta così il meeting del 2 giugno 1960 (Archivio L'Unione Sarda)

IL GRANDE CICLISMO - Arrica mise la propria impronta nella Cagliari sportiva di almeno un ventennio, ma in quel 1960 il protagonista assoluto è il palcoscenico di Ponte Vittorio. Il 27 febbraio scatta (da Formia) il Giro di Sardegna di ciclismo che rimarrà nella memoria per lo sfortunato tentativo del primo Aru, Ignazio. Trent'anni prima della nascita di Fabio, è il corridore di Pirri a sfiorare un'impresa ancora non riuscita in 29 edizioni: essere il primo a vincere in casa la corsa a tappe sarda. Il primo marzo, la pista dell'Amsicora assiste al successo in volata del francese Jean Graczyc. Aru, quinto, indossa la maglia di leader: la perderà, complice una foratura, nell'ultima tappa, a Sassari. I corridori torneranno all'Amsicora il 6 marzo, per l'arrivo della Sassari-Cagliari che vincerà Miguel Poblet, davanti a Rik Van Looy: due autentici giganti.

La pagina sportiva de L'Unione Sarda il 3 giugno 1960 (Archivio L'Unione Sarda)
La pagina sportiva de L'Unione Sarda il 3 giugno 1960 (Archivio L'Unione Sarda)

LA GRANDE BOXE - Ma lo stadio Amsicora sarà per lunghi anni anche e soprattutto il fortino di Piero Rollo, uno dei più grandi pugili sardi di sempre. In quell'anno, il formidabile peso gallo cagliaritano, combatte nove volte, cinque delle quali a Cagliari. Domina l'americano Hector Agundez a giugno, conquista la corona tricolore contro il più giovane livornese Mario Sitri ad agosto (la lascerà a dicembre), ma soprattutto batte ai punti in dodici riprese lo scozzese Billy Rafferty e si guadagna una chance mondiale che, nel marzo del '61 a Rio de Janeiro, non riuscirà a sfruttare contro Eder Jofre. Quella del 30 ottobre resta una serata (in realtà i cancelli vengono aperti alle 13.30) magica e uno dei più bei match di Rollo, ma il pubblico cagliaritano, che nella boxe trova le gioie negate dal calcio (il Cagliari il giorno prima ha perso 3-2 a Roma con la Tevere), può applaudire anche l'algherese Tore Burruni, che liquida senza difficoltà ai punti le velleità di Salvatore Manca (laziale di origine sarda), in un campionato italiano dei pesi mosca a senso unico. Nella stessa serata, debutta Franco Musso, che due mesi prima aveva conquistato per l'Italia la medaglia d'oro olimpica nei pesi piuma.

Gepi Spanedda (foto Claudia Lazzara)
Gepi Spanedda (foto Claudia Lazzara)

ARRICA PORTA GLI AZZURRI - Torniamo così a quel filo olimpico. A tenderlo, all'inizio di giugno è proprio Andrea Arrica. Il giovane dirigente cagliaritano è consigliere nazionale del Cusi e in eccellenti rapporti con Primo Nebiolo, vice del presidentissimo Ignazio Lojacono (che ha di fatto creato il Cusi e lo ha guidato per 38 anni). Già un anno prima, Nebiolo era sbarcato a Cagliari in vista delle Universiadi di Torino, per far firmare a Giuseppe Peretti, magnifico rettore dell'Università di Cagliari - prima a farlo tra tutte quelle d'Italia - la bolla per le Universiadi di Torino (in realtà a firmare fu il professor Lilliu). Comunque Arrica ci sapeva fare di brutto quando si trattava di convincere le persone e persuase Nebiolo a portare a Cagliari la sfida Italia-Germania-Bulgaria a livello universitario. Si disputò il 2 giugno e furono ammessi a partecipare, oltre a una squadra B azzurra, anche alcuni atleti come ospiti. Uno di loro era Livio Berruti, un altro Adolfo Consolini, che si apprestava a disputare a Roma la propria quarta olimpiade.

L'EVENTO - Cagliari non fece fare brutta figura ad Arrica. "Quel giorno stranamente la tribuna dell'Amsicora era piena zeppa: era una splendida serata, con un vento leggero", racconta Gepi Spanedda, oggi fiduciario regionale del Gruppo Giudici di gara della Fidal Sardegna e allora quasi ventunenne (gli mancavano 11 giorni per raggiungere la maggiore età) dirigente del Cus Cagliari, alla quale società era affidata l'organizzazione tecnica dell'avvenimento. "Nebiolo disse ad Arrica che aveva avuto la giusta intuizione. La verità è che in città c'era grande voglia di sport dopo le vicissitudini negative del Cagliari, con la retrocessione e la crisi societaria". Bebo Zucca, presidente del Cus, voleva fare le cose per bene: "Mise a disposizione anche le macchine dell'azienda di famiglia con gli autisti", ricorda Spanedda, "io mi occupavo della logistica e dell'accoglienza all'aeroporto".

Il quattrocentista cagliaritano Adriano Loddo (Archivio L'Unione Sarda)
Il quattrocentista cagliaritano Adriano Loddo (Archivio L'Unione Sarda)

L'EXPLOIT DI LODDO - Il giorno della gara tra i più attesi c'erano anche alcuni atleti sardi. Claudio Velluti, che quell'anno avrebbe potuto andare alle Olimpiadi come cestista e come saltatore in alto (ma poi non ci andò e basta), alla fine non gareggiò. Gareggiò - e vinse - invece Adriano Loddo. Il quattrocentista del Cus Cagliari aveva conquistato a Bologna (come Velluti) i campionati universitari individuali nei 400 metri, ma a livello azzurro era preso in considerazione solo per la staffetta. In realtà sognava di ripetere l'impresa di Tonino Siddi, bronzo a Londra 1948 propria nella 4x400. Quel pomeriggio si prese la sua rivincita, dominando il giro di pista in 48"2 e poi contribuendo al secondo posto della staffetta. Consolini, invece, nel disco fu superato per 6 cm da Grossi (51,28 contro 51,22) in una gara fuori concorso. Allo stesso modo, Pietro Scaglia nell'asta non riuscì a ritoccare il proprio primato italiano si 4,28 fermandosi a 4,20: con l'attrezzo di bambù non poteva fare molto meglio nella buca dell'Amsicora, che non era certo perfetta.

LO SPRINT DI BERRUTI - Ma naturalmente il personaggio più atteso era Livio Berruti. "Lo avevo conosciuto nel 1959 ai campionati universitari di Bologna", racconta Spanedda, suo coetaneo. "Ricordo che la mattina c'erano le qualificazioni come si chiamavano allora, prima delle batterie. Tutti sembravano dannarsi l'anima, lui arrivò 10 minuti prima, si tolse la tuta, si mise gli scarpini, vinse i 100 metri. Era disponibile, alla mano, cortese e tale rimase dopo anche dopo aver vinto le Olimpiadi. Quando mi incontrava si ricordava sempre tutto, anche il nome. Era uomo di grande educazione buone maniere: d'altra parte correva per la SiSport, la società sportiva della Fiat, e lì ti prendevano solo se eri educato". Il velocista torinese, appena ventunenne, era reduce dal triplo oro alle Universiadi ed era considerato un centista. Il suo 10"2 era un tempo stratosferico e a Cagliari sperava di batterlo. "L'Amsicora non era una pista particolarmente veloce o particolarmente curata. Era in terra battuta e il fatto che si giocasse a calcio non l'aiutava. È vero che dove passavano i giocatori che uscivano dagli spogliatoi veniva coperta con dei tavolacci. Ma quando il pallone usciva capitava che i giocatori nella fretta corressero sulla pista con i tacchetti", spiega ancora Spanedda. Corse in 10"8, vinse tra gli applausi e quei punti servirono all'Italia per conquistare il successo nel meeting, davanti alla Germania. Per Berruti ci fu anche un bis nella 4x100, in cui ricevette il testimone da Demurtas, bravo ad anticipare in terza frazione il compianto sassarese Vittorio Urigo, che correva con l'Italia B e che sarebbe scomparso tre anni dopo in un tragico incidente a soli 24 anni. Un altro sprazzo di Sardegna in un pomeriggio indimenticabile. Esattamente tre mesi dopo, il 2 e 3 settembre, Berruti a Roma eguagliò il record del mondo del 200 metri in 20"5 e regalò all'Italia un oro olimpico da leggenda.

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