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Archeologia industriale

Fabbriche e miniere dismesse: viaggio nei luoghi abbandonati dell'Isola

Tutti questi luoghi hanno una storia da raccontare, un pezzo di Sardegna da rivelare
la miniera su zurfuru (istock com rodolfo baldussi)
La Miniera Su Zurfuru (iStock.com/Rodolfo Baldussi)

Ci sono luoghi che non appartengono a nessuno, dove il tempo sembra essersi fermato. Sono vecchie fabbriche, centrali elettriche abbandonate, miniere e ferrovie. Dimenticati lì, in un giorno lontano. Alcuni con i macchinari intatti, altri sono veri e propri ruderi. Dietro alle sterpaglie o alla ruggine che li avvolgono si scorge un passato glorioso, dettagli impolverati di vita quotidiana, storie che chissà a quanti anni fa risalgono. E anche se ora sembrano solo ruderi consumati, hanno un odore di decadenza che li rende unici. Un’immensa e potente bellezza risiede in questi luoghi: vasti spazi industriali che si trasformano in un paesaggio straordinario, ambienti che stanno lentamente cedendo al procedere inesorabile della natura. Un’archeologia industriale, potremmo definirla, in grado di raccontare la Sardegna sotto altre sfaccettature.

Il Sulcis. Una premessa è doverosa: non tutto è stato abbandonato all’incuria e al degrado. Un illuminante esempio di recupero di attività industriali dismesse arriva soprattutto dai bacini minerari del Sulcis con la miniera di Su Zurfuru a Fluminimaggiore, dove diverse società anche straniere hanno estratto piombo e zinco sino alla definitiva chiusura nel 1993. All’interno del sito minerario furono installati macchinari all’epoca all’avanguardia come il primo generatore idroelettrico della Sardegna, che nel 1895 sfruttava la forza e la portata dell’acqua proveniente dalla vicina fonte di Pubusinu; ma anche un sistema di trasporto teleferico realizzato nel 1927 per evitare di scaricare gli scarti della laveria nel torrente. Ricchissimo il museo che raccoglie le attrezzature e gli strumenti da lavoro, le documentazioni, i macchinari originali del sito e gli oggetti personali degli ex-minatori. Altre due importanti testimonianze di archeologia industriale le cogliamo ancora nel Sulcis Iglesiente, a San Giovanni Suergiu, a nord dell’istmo che collega Sant’Antioco alla Sardegna. La centrale elettrica di Santa Caterin è una struttura ancora imponente , uno dei simboli dell’industrializzazione del Sulcis nella prima metà del Novecento. Entrata in funzione nel 1939 è rimasta attiva fino al 1963 per essere chiusa nel 1965. E sempre a San Giovanni Suergiu si staglia lo stabilimento della Calcidrata attiva fin dal 1909 nella produzione della calce.

Il boom economico. Al boom economico degli anni Sessanta è legata anche la realizzazione delle Fornaci di Ussana conosciute nella zona come La Ceramica. La grande struttura che si erge nelle campagne attorno al paese fu realizzata dalla famiglia quartese dei Picci e ha chiuso i battenti negli anni Ottanta. Anche in prossimità di centri urbani non mancano tracce di industrie un tempo fiorenti e poi andate a morire per effetto delle stagioni di crisi. A Sassari, ad appena pochi metri dalla 131 e dalla ferrovia Sassari-Porto Torres, non passano inosservati i ruderi oramai avvolti da una fitta vegetazione del Saponificio Ledà noto anche come Mulino Carlini. Ad Alghero, invece, nel popolare quartiere di sant’Agostino, c’è un intero isolato di 4 mila metri quadri: è quello che ha ospitato l’ex-cotonificio sardo, costruito fra il 1954 e il 1957 e fallito dopo appena un decennio nel 1967. Divenne poi carpenteria e da metà anni Novanta solo qualche stanza è stata utilizzata da barracelli e Protezione Civile. Anche il settore agroalimentare offre numerosi esempi di fabbriche e aziende un tempo fiorenti e oggi ridotte a macerie abbandonate. Per la lavorazione e l’inscatolamento dei pomodori pelati, la famiglia Stangoni costruì una fabbrica dinamica almeno sino ai primi anni Sessanta.

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