SALUTE

il punto di vista

Chi deve vivere e chi deve morire: davvero si può scegliere?

Cosa dice il nuovo Piano Pandemico per il triennio 2021-2023
(ansa)
(Ansa)

Mentre il Governo si ritrova, suo malgrado, a muoversi con arte da equilibrista per rispondere ai contraccolpi beffardi del "rottamatore" di turno, non è riuscita a passare inosservata, e non ha mancato di suscitare clamorose polemiche, la cosiddetta “Bozza” di quello che verosimilmente, e grosso modo, salvo aggiustamenti di circostanza, che naturalmente si auspicano, dovrà essere il nuovo Piano Pandemico per il triennio 2021-2023, il quale, a sua volta, dovrebbe andare a sostituire, come di fatto deve sostituire, quello allo stato in vigore e risalente niente meno che all’anno 2006 nonostante l’OMS avesse raccomandato, anni orsono, a tutti i Paesi di mettere a punto un Piano costantemente aggiornato secondo le linee di volta in volta concordate.

Ma si sa che la strada per l’inferno è sempre lastricata di tante buone intenzioni che tali evidentemente sono rimaste, purtroppo, nonostante il lento trascorrere degli anni. Sicchè non ci deve stupire, e personalmente non mi stupisce, se oggi l’inferno, e da troppi mesi, lo stiamo concretamente vivendo nella nostra “(in-)controllata” quotidianità. E non mi ha neppure stupito, ma indignato severamente si, leggere su quella “Bozza” che “quando la scarsità rende (rà) le risorse insufficienti rispetto alle necessità”, allora “i principi di etica po (tranno) consentire di allocare risorse scarse in modo da fornire trattamenti necessari preferenzialmente a quei pazienti” che dovessero avere “maggiori possibilità di trarne beneficio”.

Dico io: ma vogliamo scherzare? Significa forse che il Governo non intende muovere un dito per garantire gli opportuni investimenti nel settore medico-sanitario al fine di renderlo davvero universalmente utile, bastevole e funzionale? Di fronte a situazioni critiche analoghe, con analoghe possibilità di guarigione ed estrema, quanto inaccettabile, carenza di risorse, come si dovrebbe procedere nello stabilire chi curare? Si lancia in aria la monetina affidandoci ad un banale testa o croce? Si sta forse ventilando l’ipotesi perversa di poter porre in essere trattamenti differenziali legittimandoli su non meglio definiti e definibili principi etici pretesi come prevalenti? E poi: si tratta di disposizione costituzionalmente legittima a fronte di un articolo 32 che, notoriamente, “tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”?

Ed ancora: si tratta di previsione costituzionalmente legittima a fronte di un articolo 3 che garantisce il diritto di uguaglianza formale e sostanziale?

Sinceramente nutro più di un dubbio a questi ultimi riguardi, soprattutto nel momento in cui mi soffermo a considerare che nessun “interesse utilitaristico” spicciolo, per quanto espressivo di una soluzione, per così dire, “liquida” nel risolvere le criticità, ossia funzionale ma non troppo sul piano tattico - compromissorio, dovrebbe, come di fatto deve, prevalere su principi e diritti universalmente riconosciuti ed inviolabili.

Oramai siamo tutti informati del fatto che le pandemie si verificano a intervalli di tempo imprevedibili, come pure siamo stati resi edotti della circostanza che le esitazioni sulle modalità e sui tempi di diffusione sono fattori idonei a determinare la necessità di predisporre per tempo ed anticipatamente le strategie di risposta alla potenziale nuova crisi sanitaria al fine di evitare inadeguatezze di sorta che possano poi rivelarsi gravemente distorsive di quelli che dovranno verosimilmente essere, nel futuro prossimo, i prognostici elaborati. Quindi perché arrogarsi prepotentemente il diritto di stabilire a chi somministrare le cure e come farlo? Perché arrogarsi il diritto di stabilire chi vive e chi muore?

Evidentemente è tardi per piangere sul latte già versato. Proprio per questo, da ora in avanti, non si possono accettare errori, e men che meno esitazioni, nella elaborazione di un Piano che deve garantire a tutti, indistintamente, e a prescindere dalle condizioni soggettive degli interessati, il medesimo diritto di cura e di vita. Costi quel che costi anche a prescindere dagli esiti: ciò che conta davvero è solo garantire a tutti lo stesso accesso alla salute e lo stesso diritto alla cura. Perché, come ha giustamente osservato il Santo Padre, “una società è tanto più umana quanto più sa prendersi cura dei suoi membri fragili e sofferenti, e sa farlo con efficienza animata da amore fraterno” al solo fine di fare in modo “che nessuno resti da solo, che nessuno si senta escluso e abbandonato”. E aggiungo io umilmente: perchè non si possono far ricadere sui cittadini le conseguenze della cattiva gestione politica delle risorse disponibili peraltro “sottratte” ingiustamente, quanto incautamente, al settore medico-sanitario.

Purtroppo appare quanto mai innegabile che questa sopraggiunta crisi pandemica abbia riportato alla luce le innumerevoli carenze dei nostri sistemi sanitari (lo ha detto pure Papa Francesco). Ma appare altrettanto innegabile che queste carenze siano, come di fatto sono, diretta conseguenza di scelte, visioni e omissioni politiche incoerenti e colpevoli di cui nessuno, curiosamente, vuole assumersi oggi la piena responsabilità. È ora di smettere di scaricare tutte le incombenze solo sugli operatori in campo costringendoli a ripiegare, probabilmente anche loro malgrado, sulla strettissima applicazione indotta di quelle cosiddette concezioni paternalistiche della medicina tanto arcaiche quanto inaccettabili sia sul piano della morale specialistica sia su quello, forse meno consapevole ma comunque attento e sensibile, della morale comune.

È arrivato il momento in cui la Politica deve davvero riappropriarsi del proprio ruolo e delle proprie responsabilità affrontando le questioni morali che oggi si affacciano alla attenzione generale con lo scrupolo e la precisione necessari al perseguimento di risultati che siano non solo utili sul piano pratico ma anche eticamente condivisibili financo all’esito del raffronto con disposizioni giuridiche ineludibili perché la qualità della vita, come pure la vita stessa, non possono essere determinate sulla base di criteri solo apparentemente oggettivi sgorganti poi nel concreto in esiti tristemente fallaci.

Giuseppina Di Salvatore

(Avvocato - Nuoro)

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