CRONACA - MONDO

egitto

Respinto il ricorso, Patrick Zaki resta in carcere. Almeno per altri 45 giorni

Resta in cella il giovane ormai in regime di carcerazione preventiva da otto mesi e mezzo
patrick zaki (archivio l unione sarda)
Patrick Zaki (archivio L'Unione Sarda)

Patrick Zaki resta in carcere. E' stato respinto il ricorso contro il recente prolungamento della custodia cautelare per lo studente egiziano dell'Università di Bologna che da febbraio è in prigione al Cairo con l'accusa di "propaganda sovversiva" su Internet.

La corte d'assise si è espressa oggi: "Il ricorso è stato respinto", ha detto Hoda Nasrallah, legale del giovane.

Zaki è comparso in aula, ha fatto sapere la legale. Ad essere stata impugnata era la decisione di rinnovo di altri 45 giorni della carcerazione preventiva. Dopo una prima fase di cinque mesi di rinnovi quindicinali per l'emergenza Covid, per Patrick ora si è aperta una nuova fase, quella dei prolungamenti della custodia per 45 giorni. La custodia cautelare in Egitto può durare due anni, il giovane è stato arrestato nel febbraio 2020.

Le accuse a suo carico sono basate su dieci post di un account Facebook che i suoi legali considerano fake ma che hanno

configurato fra l'altro i reati di diffusione di notizie false, incitamento alla protesta e istigazione alla violenza e ai

crimini terroristici, reati che secondo Amnesty gli fanno rischiare fino a 25 anni di carcere.

"È urgente, importante, che questo mese che manca alla prossima udienza il Governo italiano non lo lasci passare aspettando di arrivare a quella data. Sono 30 giorni in cui è fondamentale fare qualcosa di più, di concreto, nei confronti del governo egiziano perché scarceri Patrick", afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.

"A Patrick - aggiunge Noury - resta dunque ancora almeno un mese da trascorrere in quel carcere durissimo dove è entrato il Covid-19, che è la prigione di Tora, al Cairo. Il ricorso è andato male ma la pressione internazionale cresce. Ci sono quasi 300 parlamentari europei e statunitensi che hanno scritto al presidente egiziano Al Sisi per chiedergli di liberare tutti i prigionieri di coscienza. È il segnale che ci si sta muovendo".

(Unioneonline/L)

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