CRONACA - MONDO

approfondimento

Messico, la difficile vita del giornalista nella terra dei Narcos

Quarantasette giornalisti uccisi e 2.500 aggressioni in sei anni
balbina flores martinez
Balbina Flores Martinez

Jorge Armenta è stato ucciso qualche giorno fa in un agguato insieme al poliziotto che doveva proteggerlo. Era un giornalista e un attivista per i diritti umani in un Paese, il Messico, dilaniato dalla violenza. Armenta è solo l'ultimo di un lungo elenco di cronisti caduti sul fronte dell'informazione.

A parlare della drammatica situazione messicana è Balbina Flores Martinez, referente di Reporter senza frontiere, che traccia un quadro sulle difficoltà del lavoro di cronista e sulla tragica realtà del Paese, alle prese con la violenta guerra dei narcotrafficanti e con la corruzione.

Quarantasette giornalisti uccisi e 2.500 aggressioni in sei anni: quanti ne devono ancora morire perché il Messico diventi un Paese civile e tuteli il diritto all'informazione dei suoi cittadini? "Vorrei precisare che in Messico, dal 2000 fino a oggi sono stati assassinati più di 150 giornalisti, altri. 21 sono scomparsi in questo stesso periodo di tempo. La verità è che con questa lista enorme di giornalisti assassinati quello che vogliamo è non contare più morti ma vedere quante persone sono in prigione e sono state condannate per questi omicidi da parte delle autorità che stanno indagando ma i risultati sono molto pochi. Possiamo dire che ci sono stati progressi ma non risultati veri e propri.

Quanto tempo deve passare? speriamo che non passi molto tempo ma ancora dobbiamo lavorare molto su questo fronte".

È vero che i giornali si occupano poco di narcotraffico per paura di attentati alle redazioni o anche di qualcosa di molto peggio? "Sì, questo è vero: ci sono giornali che non pubblicano più notizie su questi temi perché sanno che è pericoloso farlo e quindi si autocensurano. Alcuni hanno addirittura deciso di chiudere anche se sono una minima parte".

I narcos hanno corrotto molti giornalisti costringendoli a scrivere ciò che vogliono loro, com'è stato possibile? "Non è corretto né giusto dire che i Narcos hanno corrotto i giornalisti. Io direi piuttosto che quello che succede è che alcuni giornalisti o mezzi di comunicazione, per fortuna non tutti, ma in particolare quelli più piccoli che magari si trovano in zone isolate, hanno dovuto accettare di pubblicare informazioni dettate dai capi del narco traffico perché se non lo facessero ne andrebbe di mezzo la loro stessa vita".

Anche la polizia e i politici locali minacciano e intimidiscono chi fa informazione, è vero? "Sì è vero ci sono politici o elementi di corpi di polizia che attaccano i giornalisti e sono queste stesse persone a essere coinvolte con il narcotraffico. Questa è la corruzione che è riuscita più volte a penetrare dentro le istituzioni, a tutti i livelli sino ai più alti. È una situazione che non è cambiata neanche adesso con la presente amministrazione. Ci sarà bisogno di un processo molto lungo per porre fine a tutto questo".

El blog del narco è un sito che pubblica tutti i giorni notizie di omicidi, di scontri tra polizia, esercito e narcos, spesso utilizzando materiale che gli stessi cartelli inviano alla redazione: è il solo modo di informare sulla guerra in corso da anni nel tuo Paese? "Questo è un blog che affronta in particolare questo specifico argomento, diciamo che è si tratta di un blog monotematico. Ma in generale l'opinione pubblica, sul problema specifico, non viene informata solo attraverso questo mezzo di comunicazione. Ce ne sono molti altri. El blog del narco viene seguito soprattutto dalla gente che si interessa particolarmente a questi temi nonostante sia un blog aperto che chiunque può vedere".

Anabel Hernandez, una delle giornaliste d'inchiesta più conosciute del Messico, vive da anni con la scorta scorta: quanti sono i giornalisti sotto protezione? "Alla data di oggi ci sono poco più di 400 giornalisti sotto protezione con diverse misure di sicurezza. Con la scorta poco più di 15, credo non siano di più perché questa è una misura molto invasiva di alto rilievo, che comporta anche bruschi cambiamenti delle proprie abitudini di vita e non tutti la accettano".

Corruzione, narcotraffico, povertà diffusa: perché il Messico non riesce a ridurre il loro impatto sulla società? "Perché la corruzione ha invaso tutti i gangli vitali del Paese, assicurando una impunità diffusa dal basso verso l'alto. E poi, ovviamente, perché le stesse autorità sono coinvolte e non hanno alcun interesse a modificare lo status quo. Ci sarebbe bisogno di cambi strutturali di fondo e di una politica integrale di lotta a queste pratiche radicate in molti strati della società".

Le politiche contro narcos e corruzione di Calderon, Pena Nieto, Fox hanno fallito: ci riuscirà il presidente Andres Manuel Lopez Abrador? "Beh diciamo che ha l'opportunità di farlo, questo è ciò che speriamo tutti, anche se non gli sarà facile cambiare questa situazione in poco tempo. Dovranno passare molti anni per vedere i risultati e soprattutto dovrà fare dei cambi molto forti strutturali e integrali".

Sinaloa, Oaxaca, Guerrero, Veracruz, Quintana Roo e Chihuahua sono gli Stati che registrano il più alto numero di violenze nei confronti dei giornalisti: quali sono quelli dove si vive più sereni? "Sono pochi gli Stati dove si vive più tranquilli, tra questi Aguascalientes, Tlaxcala, Colima, Yucatán e Campeche. Ma nella gran parte, vivere è diventato difficile. Se si pensa che un tempo alcune località erano considerate dei veri paradisi per le vacanze, come Cancun e Acapulco, e oggi sono quasi inavvicinabili". Ogni anno il Messico fa segnare un incremento del numero degli omicidi, l'anno scorso sono oltre 34 mila, 95 ogni giorno: quando finirà? "Non possiamo saperlo con certezza, ma speriamo che sia il più presto possibile. Questo Paese non può più continuare così affrontando tanto dolore e assistendo quasi impotente alle tantissime vittime. Il tessuto sociale di questa nazione è stato distrutto completamente e ha bisogno di essere ricostruito". Amlo, così è chiamato il presidente messicano, ha scommesso sulla sicurezza nella sua campagna elettorale, a che punto è il suo programma? "Beh, insomma, sta facendo varie cose, introducendo nuovi leggi, cercando di ripulire ed eliminare la corruzione però a volte non si vede chiaramente una politica integrata, anche se ci sono alcuni progressi. Sta scommettendo tutto sul cambiamento facendo programmi sociali diretti. Anche se non vediamo risultati chiari dobbiamo aspettare ancora un po' di tempo per dire che effettivamente qualcosa è cambiato. Questo ancora non si percepisce in maniera chiara. Credo che nessuno si aspettasse stravolgimenti radicali del Messico in pochi mesi. Chiaro che, comunque, ci sono delle aspettative".

Tu quanto ti senti sicura nello svolgere il tuo lavoro? Hai subito minacce? Quante denunce hai già fatto come referente di Reporter sans frontieres?.

"In un paese come il Messico nessuno è al sicuro. Certo che ho ricevuto minacce, anche di morte una volta, però questo non mi ha fatto rinunciare al mio lavoro. Denunce ne ho fatte tantissime non saprei dire quante, ho perso il conto in 17 anni di lavoro per i Reporteros sin Fronteras. Forse 100? Non lo so. Sono abbastanza? Credo proprio di sì, e vorrei non farne altre. Anche perché in Messico queste denunce non hanno seguito".

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