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Famiglia con la febbre, marito ricoverato: "Ma nessuno si degna di farci il tampone"

Covid: la testimonianza di Efisia Cappai. Che denuncia: "Siamo ostaggi di un sistema inefficiente"
efisia cappai (foto sara marci)
Efisia Cappai (Foto Sara Marci)

"Abbiamo sentito il nostro assessore ripetere che la sanità regge, ora vogliamo che lui e chi di dovere ascoltino noi".

Efisia Cappai ha 62 anni e dal 6 ottobre, insieme alla figlia Elisabetta, 40enne, e a Sara, la nipote dodicenne, è ostaggio di un sistema che evidentemente non funziona. Mentre il marito, Ignazio, da due settimane è ricoverato al Santissima Trinità. Un'intera famiglia che - come altre - combatte contro il Covid e si scontra con "l'inefficienza di un sistema che avrebbe il dovere di tutelarci e invece ci ha abbandonato a noi stessi", dice Efisia con tono a metà tra l'indignato e il rassegnato. "È una vergogna, questo lo scriva".

Tutto parte a inizio mese. "Mio marito si sveglia con la febbre, chiamiamo il medico, ci consiglia di aspettare qualche giorno perché potrebbe trattarsi di una semplice influenza". Ma la febbre continua, anzi, sale ogni giorno di più: sei giorni dopo supera i 39 e mezzo.

"Nel frattempo viene la febbre anche a me e mia figlia, con tutti i sintomi Covid, dolori alle ossa, debolezza, mal di testa, gusto e olfatto spariti e via dicendo. A mia nipote giusto la febbre, durata qualche ora", prosegue Cappai.

A quel punto il medico (il 12 ottobre) decide di fare la segnalazione all'Ats. "Ci ha assicurato che sarebbero intervenuti per sottoporre tutti noi al tampone, ma a distanza di giorni, non vedendo nessuno, neanche dopo i tantissimi solleciti fatti tramite telefonate e mail a chiunque, mio marito ha continuato a peggiorare".

Il racconto continua: "Abbiamo chiamato il 118, l'hanno portato in ospedale che faceva molta fatica a respirare. Da allora è sempre ricoverato, ma grazie a Dio sta meglio".

Intanto, Efisia e famiglia cercano vanamente risposte e, peggio ancora, potrebbero essere contagiose ma vagare liberamente per la città. Trasportando il virus e diffondendo il contagio.

"Siamo in casa da circa un mese per coscienza, senza sapere se siamo positive o meno, dato che nessuno si è degnato di sottoporci a tampone", spiega ancora Efisia. "Abbiamo chiamato l'Ats: ci ha detto che la Regione ha tolto il potere di fare solleciti; il 118 ci ha assicurato che avrebbero sollecitato ma non è servito a nulla".

Sono seguite mail e telefonate "all'Igiene pubblica, all'Ats e alla Assl, ma nessuno risponde". E soprattutto nessuno sembra preoccuparsi del fatto che un'intera famiglia di potenziali untori possa uscire tranquillamente, perché sino a quando non verremo sottoposte ad accertamenti non possiamo saperlo noi ma nemmeno loro", osserva. "Noi siamo persone di buon senso, e ci siamo messi in isolamento per nostra scelta, con tutte le difficoltà che ovviamente questo comporta. Ma sono tutti come noi? È possibile che dal 12 ottobre, nonostante la segnalazione fatta dal medico all'Ats, nessuno si preoccupi di accertarsi se siamo o meno positive?", si domanda poi la signora Cappai.

"Perché, se come dimostra il silenzio delle istituzioni, questo non è un problema, allora ci dicano che possiamo riprendere la nostra vita normale, che mia nipote può andare a scuola, a giocare al parco. Passi un adulto, ma per una bambina di dodici anni tutto questo è pesante. È pesante per mio marito, per me e per tutta la famiglia".

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