CRONACA SARDEGNA - CAGLIARI

pronto soccorso

Is Mirrionis, volti stremati e attese infinite VIDEO

Le ambulanze aspettano il loro turno per strada, con il paziente a bordo. Personale sanitario e volontari costretti a turni di "minimo 15 ore"

"Cos'è cambiato? Le attese", taglia corto un'operatrice del 118. Un quarto d'ora dopo le sette il piazzale del Santissima Trinità di Cagliari è già pieno. Tre ambulanze attendono per strada il proprio turno, col paziente a bordo, dentro sono molte di più. Mentre mezza Italia protesta per le nuove misure del Governo, al Pronto soccorso di via Is Mirrionis si continua a combattere.

C'è il grande cartello affisso qualche giorno fa nell'ingresso presidiato: "Tutta la Sardegna è con voi", si legge al centro. In altro, a destra, un grande cuore rosso. Nel rettangolo di cemento, da tempo diventato una sorta di presidio permanente per le ambulanze in arrivo da mezza Sardegna, personale sanitario e volontari del 118 continuano a far gli straordinari.

Con i volti stremati per le attese estenuanti che viaggiano a ritmi inaccettabili: "Minimo quindici ore, ma il record è di trentasei ore" e la paura del contagio "che c'è, per carità, dire il contrario sarebbe folle", ed è decisamente più veloce dei tempi della Sanità. "Stato d'animo? Rabbia e paura", dicono i volontari.

Sono sempre loro, quelli da sempre in trincea, anche qualche mese fa, quando l'Italia ha iniziato a chiamare eroi medici e infermieri. "Tutto il rispetto per loro, anzi, li ringraziamo. Ma sa qual è la realtà? Noi non eravamo nessuno allora e non lo siamo adesso", dice un volontario. Hanno i volti stremati e i solchi delle mascherine che raccontano una storia già letta. "Siamo stremati", confessano.

Alle 8,12 l'app regionale che segna i tempi d'attesa nei vari presìdi ospedalieri fa paura: 14 pazienti in visita (3 codici rossi e 11 gialli), quindici in attesa di visita, e un tempo massimo di attesa di visita attuale pari a 21 ore e un minuto. Troppi. Non perdono tempo i soldati bardati con l'armatura bianca anti-contagio a domandarsi chi ha sbagliato. Nei loro occhi c'è una rassegnazione composta che ha il gusto amaro di una sconfitta. Non si vedono neanche più i cartelli con l'arcobaleno, appesi ai balconi, con quell'augurio scritto coi glitter, monocolore o a caratteri cubitali "Andrà tutto bene". Forse domani.

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