ECONOMIA

L'inchiesta

Energia, lobby e monopoli sulla Sardegna

Italgas, società nata ai tempi di Cavour, sta scalando tutti i bacini sardi di distribuzione

Camillo Paolo Filippo Giulio Benso, in arte conte di Cavour, era un giovanotto audace, spregiudicato come pochi, attratto dal denaro facile. Amava giocare in Borsa, ma non sempre gli andava bene, anzi. Nel 1840, era agosto, fiutando una guerra tra la Francia e l'Inghilterra in Medioriente, puntò tutto sul conflitto. La guerra, però, non scoppiò, i titoli ebbero un precipitoso rialzo e per lui fu il disastro. «Ciò che avevo guadagnato in tre anni, - scrisse - l'ho perso in un giorno, e ora mi trovo debitore di 45.000 scudi: o pagarli, o farsi saltare le cervella». Li pagò il padre, per evitare le estreme conseguenze. Undici anni dopo, era il 1851, divenne ministro delle Finanze del Regno di Sardegna.

Borsa del Regno Sardo

Non appagato dall'esperienza non proprio esaltante dell'ultima puntata finanziaria decise di istituire con Regio decreto la Borsa dei mercati finanziari del Regno di Sardegna. Sede a Torino. Non è dato sapere se lo fece per avere migliore sorte nelle sue giocate oppure per facilitare l'ascesa delle società piemontesi nei mercati finanziari. Di certo ne approfittò immediatamente la Compagnia di Illuminazione a Gaz per la Città di Torino, la futura Italgas. La sua prima quotazione nella Borsa del Regno di Sardegna ha una data scolpita nella storia della società: 14 luglio 1851, giorno in cui sbarcò nel listino della Borsa del Regno di Sardegna. Gli intrecci finanziari tra la società del gas piemontese e l'allora Regno di Sardegna non andarono avanti a lungo. Cavour divenne il boia del Regno sardo e anche le sue gesta finanziarie confluirono nel fraudolento Regno d'Italia. Dall'orizzonte isolano sparì anche l'Italgas. Del resto la Sardegna venne esclusa senza indugio dalle reti del gas sin dagli albori del nuovo Regno. Nemmeno si posero il problema. Sino ai giorni nostri. Centosessant'anni dopo quell'incursione finanziaria nel Regno di Sardegna si riaffaccia, con ambizioni monopoliste e regnanti, la società del gas, quella di Torino, diventata nel frattempo il dominus italiano della distribuzione del gas.

Nomi e cognomi

Per comprendere lo scenario che governa il futuro energetico della Sardegna servono nomi e cognomi, società e affiliazioni, bilanci e acquisizioni. Italgas, infatti, la società quotata nella Borsa del Regno di Sardegna, figlia dei tempi di Cavour, ha deciso di scalare l'Isola con acquisizioni su larga scala e frequentazioni politiche trasversali. In questa fase sta vincendo decisamente la partita. Punta a fare cassa, a guadagnare a piene mani da una metanizzazione a basso costo, con pochissimi investimenti e un altissimo rendimento economico finanziario. A sostegno di questa strategia low cost c'è un lascia passare politico istituzionale che sembra non trovare opposizione. Spendere per fare infrastrutture serie e per il futuro della Sardegna non conviene. Non conviene all'egoismo dell'Italia, non conviene a quei settori delle istituzioni che non hanno intenzione di restituire all'Isola il maltolto. Basterebbe solo fare una proiezione economica del danno accumulato in 50 anni senza metano per comprendere quale ricaduta ha avuto tale assenza.

Sottosviluppo

Impedire che la Sardegna abbia una sua rete interna del gas, con una dorsale che collega il nord e il sud, l'est e l'ovest, come succede con le strade, con l'acqua, con l'energia elettrica, è una scelta di sottosviluppo che condiziona gravemente il presente ma soprattutto il futuro. Niente metano oggi significa niente idrogeno domani. Questa strategia del non facciamo niente taglia fuori l'Isola da una prospettiva energetica dove, per la prima volta nella sua storia, avrebbe potuo ambire ad una propria indipendenza elettrica. Il futuro è l'idrogeno, quello verde, prodotto dalla scissione degli atomi dell'acqua. Lo scrivono tutti gli atti di programmazione strategica europea e non solo. Processo realizzabile integralmente con il solare e l'eolico.

Accumulare sole e vento

Ora le energie rinnovabili possono consentire l'accumulo di potenza e continuità elettrica. La Sardegna, isola del sole e del vento, per la prima volta potrebbe fare da sola. Quell'energia prodotta dalla scissione dell'acqua, però, deve poter raggiungere le case dei sardi, le zone industriali e artigianali, le serre agricole e le attività economiche in genere. Per farlo servono reti di connessione, fondamentali per interconnettere e trasportare l'idrogeno. Quella rete dorsale ha ottenuto il via libera per la sua costruzione superando la complessa procedura di valutazione d'impatto ambientale. Una rete che deve prevedere condotte di terza generazione, ovvero pronte a far passare l'idrogeno, l'energia del futuro, quella che la Sardegna può produrre in grande quantità proprio per l'energia rinnovabile già installata in terra sarda. Ora, però, tutto sembra fermarsi. Il provvedimento proposto dal governo nel decreto semplificazioni esclude la dorsale e prevede facilitazioni solo per l'arrivo del metano sulla costa, anzi, sul mare, quello a ridosso dell'Isola. Per trasferire il gas dalle stazioni galleggianti piazzate in mezzo al mare a Porto Torres e Portovesme non si useranno condotte ma camion, carri bombolai, come vengono chiamati in gergo tecnico ma esaustivo.

Camion a gogò

Tanti camion, un'infinità, non meno di cento al giorno, stracarichi di metano, con tutti i rischi e pericoli di un trasporto così rischioso in arterie totalmente inadeguate e già di per sé insicure. Lo studio proposto dall'Autorità regolatrice dell'energia racconta, con tante analisi finalizzate ad attaccare l'asino dove vuole il padrone, che non c'è il tanto per costruire la dorsale. In pratica, è scritto nel documento, non c'è sviluppo e consumo a sufficienza per giustificare l'investimento della dorsale. Peccato che le industrie abbiano dovuto chiudere per mancanza di gas e per l'alto costo energetico, peccato ai i sardi sia sempre stato negato il metano e conseguentemente non ne abbiano mai potuto usufruire sia in termini energetici che di vantaggio economico. In questo quadro le forze politiche, senza distinzione, sembrano avvallare la decisione di relegare la Sardegna al ruolo di eterna regione in Europa senza reti del gas. Un'Isola che rischia di perdere l'ultimo treno per recuperare il gap energetico infinito. Un regalo esplicito, evidente, a Italgas. E non si spiegherebbe diversamente l'operazione che scorre nel silenzio generale tutta protesa a fare della Sardegna una roccaforte monopolista con l'acquisizione, da parte della società torinese, di 12 bacini di distribuzione locale sui 38, la stragrande maggioranza dei quali mai attivati.

Coop e gas

L'operazione con le cooperative emiliane è messa nero su bianco. Riportiamo integralmente gli stralci dell'operazione. Il 79% delle quote delle coop che gestivano i bacini sardi sono passati nelle mani di Italgas. Entro il 2020 è previsto il passaggio dell'intero pacchetto azionario. Finiscono nelle mani del nuovo monopolista di fatto i comuni di Cagliari, Nuoro e Oristano, per un totale di 22.300 utenze circa, attualmente alimentate a Gpl. Nella scalata anche il Bacino 33 della Sardegna, quello di Quartu con circa 600 delle 18.500 utenze potenziali attualmente alimentate a Gpl. A loro conviene guadagnare da monopolisti, senza spendere un solo euro per il futuro dell'Isola. La Sardegna si è fermata ai tempi di Cavour, senza infrastrutture energetiche e con molte speculazioni finanziarie sulla testa dei sardi.

Mauro Pili

© Riproduzione riservata

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