ECONOMIA

La proposta

"Una tassa sulla carne rossa per coprire i costi delle malattie", l'idea degli esperti di Oxford

Secondo la ricerca, i costi per le cure delle patologie causate dall'eccessivo consumo di questo alimento sono pari a 285 miliardi di dollari all'anno nel mondo

Tassare la carne rossa per compensare il costo sociale delle malattie provocate dall'elevato consumo di questo alimento.

È questa l'idea alla base di uno studio realizzato dall'Università di Oxford e pubblicato sulla rivista "Plos One".

La ricerca si fonda sul presupposto che assumere quantità eccessive di carne rossa rappresenti uno dei fattori di rischio che possono portare a sviluppare cancro e diabete oppure malattie cardiache. Patologie che rappresentano anche un costo per i sistemi sanitari nazionali, stimato dai ricercatori in circa 285 miliardi di dollari all'anno nel mondo.

Lo studio propone dunque di introdurre una imposta del 20% sulla carne non lavorata (come le bistecche) e del 110% su quella lavorata (insaccati, salsicce e pancetta) che potrebbe arrivare a compensare il 70% dei costi sanitari dovuti alle carni rosse, oltre a evitare migliaia di decessi ogni anno.

Sull'analisi dei ricercatori di Oxford è intervenuta Coldiretti, che ha parlato di "proposta inaccettabile", ancora di più nel nostro Paese, dove il 93% degli italiani consuma carne.

Un corretto regime alimentare, sostiene l'associazione di categoria, si fonda sull'equilibrio nutrizionale tra i diversi cibi consumati, e non va ricercato sullo specifico prodotto.

In riferimento al consumo medio annuo in Italia di carne (pollo, suino, bovino, ovino), secondo l'organizzazione, è sceso a 79 chilogrammi pro-capite, tra i più bassi in Europa; i danesi, infatti, sono a 109,8 chilogrammi, i portoghesi a 101 chilogrammi, gli spagnoli a 99,5 chilogrammi, i francesi e i tedeschi a 85,8 e 86 chilogrammi.

I consumatori inoltre sono sempre più attenti alla qualità, con il 45% degli italiani che privilegia quella proveniente da allevamenti nostrani, il 29% sceglie carni locali e il 20% quella con marchio Dop, Igp o con altre certificazioni di origine.

(Unioneonline/F)

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