OPINIONI - MARIO SECHI

Mario Sechi
Il commento

Caccia all'untore

L 'isola degli untori. L'isola da chiudere. L'isola terra straniera. Siamo arrivati a questo, al paradosso della Sardegna veicolo del coronavirus, zona pericolosa, radioattiva, da contatore geiger, uno Stato alieno a cui si possono applicare regole che non valgono per le altre Regioni, perché chi sbarca nel Lazio in aereo o in nave deve fare il test, s'è consumata la secessione dei protocolli sanitari e siamo diventati come Grecia, Spagna, Croazia e Malta. Siamo passati da zona Covid free a sorvegliati speciali.

Quando i cieli e i mari della Sardegna vennero riaperti, il presidente della Regione, Christian Solinas, chiese i controlli preventivi per l'ingresso nell'Isola. Apriti cielo, gli intelligenti a prescindere lo trattarono come “er puzzone”, dissero che era incostituzionale (e lo sosteneva quel Governo che aveva sospeso e compresso alcune libertà fondamentali scolpite nella Costituzione). Mesi dopo, nel Lazio fanno quello che fu proibito a Solinas, i controlli all'arrivo via Sardegna sono diventati improvvisamente costituzionali, viene intimato a Solinas di fare i test alla partenza, naturalmente lui resta sempre “er puzzone”.

Quando a fine maggio Solinas chiese il test precauzionale il sindaco di Milano, Beppe Sala, disse: «Ce ne ricorderemo». Ottimo, cosa dovremmo dire oggi noi sardi? Ce ne ricorderemo. Perché è difficile dimenticare la calata dei lombardi nel Nord Sardegna quando fu deciso il primo lockdown regionale

È inconcepibile dimenticare i no pre-confezionati per ragioni di partigianeria politica; è impossibile dimenticare i danni provocati all'economia dal lockdown nazionale su un territorio che non aveva problemi di Covid; è inimmaginabile lasciar correre quello che sta accadendo al popolo sardo, avere addosso lo stigma del contagio. Il coronavirus nuragico non esiste. Un paio di numeri: i pazienti in terapia intensiva qui sono ancora a quota zero (nel Lazio sono 6, in Lombardia 14, nel Veneto 4), i contagi ieri nell'Isola sono stati 44 (nel Lazio 215, in Lombardia 185, in Veneto 160) e i casi sono d'importazione. Non dimenticheremo. Perché abbiamo una memoria antica, dalla peste nasce il voto dei fedeli a Sant'Efisio. Nel 1652-1657 l'Isola fu colpita dal “castigo de Dios”, eravamo una tappa del commercio di una potenza globale, la Spagna. La peste seguiva la rotta del commercio della Corona, l'epidemia partì da Alghero, si propagò a Sassari, Oristano e Cagliari. I morti furono migliaia. Duecento anni dopo, nella primavera del 1838, Honoré de Balzac, si imbarcò in cerca d'avventura e denaro da Marsiglia per Alghero. La sua nave fu bloccata in rada per giorni, l'Isola temeva il colera. La caccia all'untore ha ricordato al vostro cronista un'altra storia, quella della “Caccia grossa”, libro scritto da Giulio Bechi, tenente del Settimo Reggimento di fanteria che nel 1899 fu inviato dal governo Pelloux in Sardegna per eliminare il banditismo. Fu una mattanza in cui finirono pochi colpevoli e molti innocenti, un migliaio di persone furono arrestate, interi nuclei familiari finirono nelle prigioni di Sassari e Cagliari. Furono quasi tutti prosciolti. La lotta al banditismo fu segnata da una politica da “uomo bianco” che conosciamo bene. Lo scrisse Antonio Gramsci e lo disse Emilio Lussu in Parlamento. Senato della Repubblica, seduta del 16 dicembre 1953, prende la parola Lussu: «Il titolo “Caccia grossa”, rivela la mentalità dell'autore, la mentalità poliziesca ed inumana, con cui si contrapponeva allora, e spesso si contrappone tuttora, l'ordine al disordine, la legge alla negazione della legge. Io ero bambino allora, ma ho visto poi il Bechi generale, comandante di una Brigata sull'altopiano di Asiago, morire a fianco della Brigata Sassari, in cui morivano i figli di quelli stessi che egli aveva considerato alla stessa stregua dei cinghiali da colpire con il piombo». È meglio che la caccia all'untore dell'Isola finisca presto. Mai dimenticarlo, siamo morti con eroismo per una bandiera tricolore, ma quella che sventola nel nostro cuore ha i Quattro Mori.

MARIO SECHI

DIRETTORE DELL'AGI

E FONDATORE DI LIST

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