OPINIONI - BENIAMINO MORO

Beniamino Moro
L'analisi

I miliardi Ue e le riforme

I n questi giorni fervono animati i colloqui tra i governanti europei in vista del prossimo vertice del 17-18 luglio. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, ha già tenuto un summit informale cui hanno partecipato il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, il presidente permanente del Consiglio, Charles Michel, e la cancelliera Angela Merkel, presidente di turno del Consiglio europeo, con l'obiettivo di creare le premesse per chiudere sul Recovery Fund, se possibile già a luglio o, al massimo, ad un summit successivo da tenere nella prima metà di agosto.

La presidente Ue punta a raggiungere un pre-accordo fra i principali governi, che non si discosti troppo dalla proposta della stessa Commissione: occorre mantenere invariati i 750 miliardi del Recovery Fund, coi due terzi sotto forma di trasferimenti diretti di bilancio a favore dei Paesi, come l'Italia e la Spagna, che sono stati messi in ginocchio dalla pandemia. Come noto, contro questa soluzione lavorano i cosiddetti Paesi frugali (Olanda, Austria, Finlandia e Svezia), che intendono perseguire essenzialmente due obiettivi: ridurre il valore complessivo del fondo europeo e riproporzionarlo di più a favore dei prestiti a scapito dei trasferimenti diretti di bilancio, in altri termini più prestiti e meno contributi a fondo perduto.

Nella pre-contesa, un ruolo di primo piano lo sta svolgendo la cancelliera Angela Merkel per assecondare la presidente Ue nel perseguimento del suo obiettivo.

U n obiettivo che poi coincide con quello del governo italiano. Atal fine però è necessario che Giuseppe Conte sgombri il campo da alcuni possibili malintesi che i Paesi frugali potrebbero sfruttare per ostacolare l'intero compromesso.

Perciò, una delle domande arrivate dalla capitale tedesca in questi giorni riguarda le semplificazioni amministrative promesse da Conte: se il governo varasse, prima del prossimo vertice europeo, alcune delle riforme richieste per accedere al Recovery Fund, sarebbe più facile superare le riserve dell'Olanda. Ad esempio, è importante il varo definitivo del decreto sulle semplificazioni, già approvato martedì “salvo intese”, che costituisce un passaggio atteso anche nel resto d'Europa come segnale che si voglia imboccare il sentiero delle riforme cui i fondi europei sono condizionati.

Un'Italia che mandasse un segnale chiaro sulla determinazione di fare le riforme renderebbe infatti più facile l'accordo pieno sul Recovery Fund. Inoltre, come scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera, dalla cancelleria di Berlino è arrivata a Palazzo Chigi anche una seconda domanda: che cosa intende fare Conte sulle pensioni? Anche qui, nessuna richiesta precisa, «ma è la stessa domanda che Merkel rivolgeva al collega italiano quando, nel 2018, il governo giallo-verde si preparava a varare “Quota 100”. Conte naturalmente ha fatto sapere a Merkel che non prorogherà oltre il 2021 il sistema del ritiro anticipato voluto dalla Lega. Ma l'interesse della cancelliera su questo punto fa capire quanto il debito pubblico di Roma la preoccupi ancora».

Il tema fa già parte della strategia negoziale dell'Olanda, che ha preso nota di come la Commissione Ue ha definito “sostenibile” il debito pubblico italiano. Il ragionamento implicito è che allora sarebbe più ragionevole che all'Italia venissero concessi più prestiti e meno contributi. Di certo Rutte punta a rinviare l'accordo all'autunno, sperando che una ripresa robusta induca tutti a ridurre le dimensioni del Recovery Fund.

Perciò è importante approvare quanto prima e definitivamente il dl Semplificazioni, con annessi il Piano nazionale di riforma da inviare a Bruxelles e il Piano “Italia veloce” per sbloccare 110 opere infrastrutturali e 18 programmi di opere complesse. Tuttavia, manca ancora un piano credibile del governo sull'uso dei fondi Mes per il rimodernamento della sanità. Sarebbe l'occasione buona per Conte, non solo per fare una bella figura in Europa, ma anche per inquadrare le 20 sanità regionali all'interno di un unico piano sanitario nazionale omogeneo.

BENIAMINO MORO

DOCENTE DI ECONOMIA POLITICA

UNIVERSITÀ DI CAGLIARI

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