OPINIONI - PAOLO FADDA

Paolo Fadda
L'intervento

Ripensare la città

C 'è una domanda che occorre porsi, ed a cui dover predisporre un'adeguata risposta. Riguarda la città e, in particolare, in qual modo doverla ripensare, urbanisticamente e socialmente, per affrontare l'uscita dall'epidemia da coronavirus. Perché le nuove regole di convivenza, dal distanziamento sociale al diradamento residenziale, impongono importanti mutamenti. Un aspetto, questo, che riguarda anche Cagliari, in cui i due mesi di rigido lockdown sono serviti per rendere evidente l'esigenza di introdurre delle revisioni urbanistiche e delle trasformazioni architettoniche. Ad iniziare dai luoghi destinati alle relazioni sociali ed agli incontri interpersonali.

C'è già chi pensa, anche per Cagliari, ad una città diversa, con più spazi aperti, con una gamma di nuove opportunità che possano rendere la vita all'aperto più piacevole, meglio godibile ed al riparo dall'epidemia. D'altra parte, nella stessa storia di questa nostra città, crisi e ripartenze si sono succedute più volte nei secoli, tanto da ritenere che, al pari dei gatti, le vadano attribuite più vite, con le loro inevitabili code di sconvolgimenti sociali. Per cui anche ora non dovrebbe spaventare l'esigenza di doversi cambiare look e format per tutelarsi da nuove ondate di contagi virali.

N on sarà comunque facile realizzare qualcosa al riguardo. Anche perché la città fisica è rimasta tal quale (diversamente da quella saccheggiata dalle incursioni corsare di Musetto o da quella devastata dai bombardieri dell'US Air Force), e il coronavirus, con il suo carico di malati e di morti, ne ha cambiato soltanto le modalità e le regole del vissuto, sotto l'incalzare dei divieti e delle quarantene.

Se ne è reso conto il Sindaco Truzzu che, come misura contingente per aiutare bar e ristoranti, penalizzati nel numero dei tavoli, ha avanzato l'idea di concedere loro spazi pubblici en plein air. Una misura certamente interessante, anche perché rappresenterebbe una sorta di ritorno al passato. Nel ricordo di quanto annotò l'americano John E. Craword Flitch, nel suo tour cagliaritano nel primo decennio del '900, stupito che in una città europea si vivesse prevalentemente fuori casa, nelle sue stradine e nei suoi slarghi alla maniera africana, con le mamme che allattavano is pippius sull'uscio di casa, i pescatori che rammendavano le reti sulla scalinata della darsena e is signoriccus fare ora ingannando la noia nei tavolini all'aperto dei caffé.

Forse varrebbe la pena di approfondire con opportune scelte urbanistiche quest'idea d'una città dai grandi spazi per accogliere e rendere possibile una vita sociale all'aria aperta (quella del tempo libero, dell'intrattenimento, degli sport, ecc.), che utilizzi e valorizzi la solarità e la dolcezza tutta mediterranea del suo clima. Mettendo a frutto quel che è il suo principale valore ambientale, quel sole che, citando Cicito Alziator, ne è stato da sempre guida e profeta, brand e valorizzatore.

Non vi è dubbio che un tema come questo offra una moltitudine d'opzioni urbanistiche e di soluzioni architettoniche su cui Cagliari potrebbe puntare, avviandosi così a competere - come ambiente ideale - con altre città di questo Sud mediterraneo dell'Europa, come Valencia e Siviglia, ad esempio, divenute sempre più appetibili per i loro grandi spazi godibili a cielo aperto ed i loro fascinosi paseos fra spazi verdi, siti archeologici e musei.

Certo, forse a Cagliari non si ha a disposizione una matita prestigiosa come quella del valenciano Santiago Calatrava, archistar di fama, ma per ripensare e ridisegnare la città sono disponibili capacità e competenze sufficienti per una sua trasformazione con degli idonei interventi correttivi (ed è poi quello che chiedono da palazzo Bacaredda per mettere insieme idee e consenso). In modo che quell'hasthtag che furoreggia sui social (#andratuttobene) venga trasformato in quest'altro: #andratuttomeglio.

Discuterne oggi, confrontandosi sulle soluzioni possibili, appare necessario, perché la Cagliari del dopo coronavirus venga messa in grado di meglio sfruttare i suoi trecento giorni annuali di pieno sole.

È evidente che si è dinanzi ad un impegno gravoso, da iniziare il prima possibile, per il quale sarà necessario mettere in campo concretezza ingegneristica ma anche visione politica, oltre ad una convinta e fertile partecipazione dei nostri concittadini.

PAOLA FADDA

STORICO E SCRITTORE

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