OPINIONI - BENIAMINO MORO

Beniamino Moro
L'analisi

Quel debito che ci affossa

I n un recente articolo sul supplemento economico del Corriere della Sera, Francesco Daveri ironizza sul fatto che regolarmente, negli ultimi dieci anni, «a commento di una finanziaria o di un decreto correttivo approvati per un soffio, ognuno dei ministri dell'economia della Repubblica tira sempre un sospiro di sollievo e parla di conti pubblici finalmente messi in sicurezza. Intanto, mentre i conti pubblici dell'Italia venivano ripetutamente messi in sicurezza, il debito pubblico proseguiva la sua corsa. Tanto che a fine ottobre 2019 il contatore del debito della Banca d'Italia ha raggiunto quota 2.447 miliardi: 300 miliardi in più di cinque anni prima (nel 2014), 650 miliardi in più che nel 2009, 950 in più che nel 2004. Dal 2004 ad oggi, quindici anni di instabilità politica hanno prodotto nove ministri dell'economia e una stabile regolarità: in Italia il debito pubblico aumenta mediamente di 50 miliardi l'anno».

Il vizietto di finanziare in deficit una parte rilevante della maggiore spesa pubblica costituisce un'abitudine della politica italiana, cominciata ben prima dell'entrata nell'euro. Esso risale infatti agli anni '80 del secolo scorso, quando il rapporto deficit/Pil è oscillato ogni anno tra il 10 e il 12%. Di conseguenza, il rapporto debito/Pil è più che raddoppiato in un quindicennio, passando dal 57% del 1980 al 122% del 1994. È quella l'origine dell'enorme palla al piede del debito dell'economia italiana, di cui la politica, nonostante le annuali manovre correttive, non è ancora riuscita a liberarsi in via definitiva.

S toricamente, la crescita del rapporto debito/Pil fu interrotta solo dopo la crisi finanziaria del 1992, tamponata dal governo Amato con una manovra pari all'8% del Pil (circa 160 miliardi di oggi) e la conseguente decisione di aderire all'Unione monetaria europea (Ume). Questa, con l'imposizione del vincolo del 3% al deficit annuale (il famoso vincolo esterno da rispettare), venne vista allora come provvidenziale per evitare che il Paese andasse in bancarotta e come impegno futuro di perseguire una rigorosa disciplina di bilancio. Impegno che il Paese è riuscito a rispettare sino a quando non è scoppiata la crisi finanziaria americana del 2007-2009, cui è seguita in Europa la crisi dei debiti sovrani dal 2010 al 2014, da cui il nostro Paese di fatto non è ancora definitivamente uscito.

In Italia, infatti, il rapporto debito/Pil è diminuito dal 122% del 1994 al 103% del 2007, per poi riprendere a salire sino al 135,7% dell'anno scorso.

Di per sé l'aumento del debito non sarebbe una grossa minaccia alla vera messa in sicurezza dei conti pubblici, se anche il Pil aumentasse tendenzialmente nel medio-lungo periodo almeno nella stessa proporzione. Purtroppo, non è così per l'Italia, che ha smesso di crescere adeguatamente dalla seconda metà degli anni '90. Gli economisti si chiedono quale ne sia la causa, ma in realtà esiste un insieme di concause che vanno dalla caduta degli investimenti, pubblici e privati, all'inefficienza e agli sprechi della pubblica amministrazione, alla corruzione della politica, sino alla stessa esistenza di un debito pubblico molto elevato che assorbe troppe risorse per il pagamento degli interessi, distraendole da altre finalità più produttive.

A quest'ultimo riguardo, basta fare un confronto con la Spagna, che i suoi conti li ha davvero messi in sicurezza. Nel 2019, la Spagna, che ha un debito pubblico pari al 98% del Pil, ha pagato interessi per il servizio del debito pari a 25 miliardi, mentre l'Italia, con un debito al 135% del Pil, ne ha pagato 58. La differenza di 33 miliardi dipende dalla maggiore consistenza assoluta del nostro debito, ma anche dal fatto che lo spread spagnolo, che sino al 2015 è sempre rimasto appaiato a quello italiano, più recentemente viaggia con oltre cento punti di scarto (165 punti per i Btp e 67 punti per i Bonos). E 100 punti di spread in più per il nostro debito costano su base annua circa 6 miliardi di maggiori interessi, totalmente improduttivi per lo sviluppo.

BENIAMINO MORO

DOCENTE DI ECONOMIA POLITICA

UNIVERSITÀ DI CAGLIARI

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