Rio ha un cuore e batte al Maracanã
Una notte nel tempio del calcio, tra tamburi, bandiere e la torcida del FluminensePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Il percorso dall’uscita della metropolitana ai cancelli è già parte dello spettacolo. Sotto tende improvvisate, le piastre roventi non si fermano: salsicce, hamburger, spiedini, carne che sfrigola. Si vende di tutto. Birra ghiacciata, bibite, maglie, cappellini, sciarpe, bandiere. Il fumo delle griglie si impasta con l’umidità della sera. Il Maracanã ancora non si vede, ma si sente. È un rumore che cresce passo dopo passo, finché compare il gigante di cemento e allora si capisce che a Rio una partita di calcio non comincia al fischio dell’arbitro. Comincia prima.
E’ sera di derby: Fluminense contro Vasco da Gama. Entriamo nel Maracanã insieme alla torcida del Flu. Granata, verde e bianco prendono possesso delle tribune. Migliaia di persone cantano prima della partita, durante la partita, nelle pause. Qui nessuno assiste semplicemente a una partita. La vive. Il Maracanã, del resto, non è mai stato uno stadio come gli altri. Inaugurato nel 1950 per il Mondiale brasiliano, è uno dei luoghi simbolo del calcio mondiale. Qui il Brasile ha conosciuto una delle sue più grandi tragedie sportive, la sconfitta contro l’Uruguay nella partita decisiva del Mondiale del 1950, il “Maracanazo”. Qui hanno giocato Pelé, Zico, Ronaldo, solo per citare alcuni campioni. Qui il calcio brasiliano ha costruito il suo mito.
Ma per capire davvero il Maracanã i nomi non bastano. Bisogna entrarci, magari in una sera di derby. Quando Fluminense e Vasco entrano in campo, la temperatura dello stadio cambia. Le squadre sono ancora lontane, minuscole viste dall’alto. Ogni pallone recuperato provoca un boato, ogni fallo una protesta collettiva, ogni accelerazione trascina migliaia di corpi in avanti. Uomini e donne, giovanissimi e anziani, gli uni accanto agli altri. Si beve una birra ghiacciata, ci si abbraccia senza conoscersi. Si discute. Si impreca. Si ride.
Fuori dallo stadio Rio è una città “divisa”, attraversata da distanze enormi, geografiche e sociali. Ci sono l’oceano e le favelas, i grattacieli e le case aggrappate alle colline, Ipanema e Vidigal, i quartieri ricchi della Zona Sul e le periferie. Dentro il Maracanã quelle distanze si mescolano sugli spalti. Il derby aggiunge tensione. Il Vasco è una delle grandi identità popolari di Rio, il Fluminense porta con sé più di un secolo di storia. Non è il Fla-Flu, la sfida che ha trasformato Flamengo (oggi primo in classifica)-Fluminense (terzo, dietro il Palmeiras) in una delle rivalità più celebri del pianeta. Ma quando dall’altra parte c’è il Vasco (o il Botafogo, altra squadra di calcio di Rio), non è comunque una serata come tutte le altre.
A ogni attacco la torcida si alza. Il calcio è rappresentazione collettiva. E il Maracanã ne è il teatro. Lo stadio di oggi non è più quello smisurato di un tempo, capace di contenere folle (150mila persone) che oggi sarebbero impensabili. Le ristrutturazioni lo hanno trasformato, riducendone la capienza e rendendolo più moderno. Ma non troppo.
Finita la partita, il Maracanã lentamente si svuota. Restano le luci accese sopra il prato, gli steward, le file di seggiolini immobili. Il gigante che poco prima tremava sotto migliaia di piedi torna silenzioso. Fuori, invece, Rio ricomincia. Le maglie tricolori si disperdono nelle strade, in metropolitana, i venditori cercano gli ultimi clienti. Tra poche ore dello spettacolo resteranno bicchieri vuoti, bandiere ripiegate e discussioni destinate a durare fino alla partita successiva. Il Maracanã aspetterà.
