«No a Nordio, ma alla giustizia servono riforme»
Parla la giudice Cristina Ornano, che a Cagliari ha coordinato l’opposizione alla riforma bocciata dal referendumUn magistrato di Cassazione prima della cerimonia di inaugurazione dell'anno giudiziario (Ansa - Di Meo)
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Il No alla riforma non vuol dire che la giustizia non vada riformata. E non sarà prendendo di mira le correnti che si può liberare la magistratura dall’influsso della politica, che anzi con il Csm diviso in due e composto a sorteggio si sarebbe rafforzato. Per tre mesi Cristina Ornano, presidente del tribunale di sorveglianza di Cagliari, ha contrastato la riforma Nordio come coordinatrice del comitato Giusto Dire No. Lunedì pomeriggio, mentre prima gli exit poll e poi le proiezioni davano per defunta la modifica alla Costituzione studiata dal governo Meloni, prima negli studi di Videolina e poi nella redazione dell’Unione Sarda spiegava qual era la posta in gioco al referendum. E quanto, nonostante il ko della riforma Nordio, sia ancora concreto il rischio di «una giustizia a due velocità».
Ha vinto il No: evidentemente la giustizia italiana va bene così com’è.
«No, la giustizia non va bene così com’è, ma di certo questa riforma non ci avrebbe consentito di migliorarla sotto nessun aspetto. Intanto perché parliamo di una riforma sgrammaticata, piena di norme in bianco e di vuoti, scritta in modo da porre seri problemi di funzionamento della giustizia. Pensiamo per esempio al rapporto fra i due Csm e a quello tra i due Csm e l’Alta Corte disciplinare: era un aspetto critico anche a detta dei costituzionalisti, che avrebbe aperto una stagione di conflitti sul Consiglio superiore della magistratura. Ma d’altra parte la riforma Nordio non puntava certo a risolvere i problemi della giustizia: l’obiettivo era incidere sull’autonomia e l’indipendenza della magistratura e porla sotto il controllo del potere esecutivo, aggredendo il principio di separazione dei poteri e, in definitiva, il principio di eguaglianza dei cittadini nella legge e davanti alla legge. Ecco, il vero tema politico di questa riforma era l’eguaglianza».
Perché?
«Perché se la magistratura non è autonoma e indipendente da ogni potere, compresi i poteri forti che determinano le politiche dei governi, allora non è in grado di svolgere il proprio compito a tutela dei cittadini. Al contrario: è controllata e soggiogata, e oggi abbiamo esempi di Paesi dove la magistratura è controllata dal potere politico. Per tornare alla sua affermazione iniziale: la giustizia così com’è non va bene ma per risolvere i suoi problemi ci vorrebbe ben altro».
Però è facile immaginare che a questo punto, con un No così solenne, non parleremo per un pezzo della giustizia e delle riforme che le servono.
«E invece sarebbe bene che continuassimo a parlarne. D'altra parte la giustizia non è importante solo per la vita democratica del Paese, ma anche per le sue ricadute economiche: ricordiamoci che una giustizia che non funziona ci taglia tanti punti di Pil. Ma purtroppo le riforme di questo governo non sembrano proprio pensate per farla funzionare meglio. Le faccio solo un esempio: l’interrogatorio preventivo di garanzia. Si parla tanto di sicurezza e di strette contro la delinquenza ma poi obbligano il Pm ad avvertire preventivamente le persone sotto indagine che sta per chiedere una misura cautelare. Mi dica se questo non porta gli stranieri a fuggire e chi può farlo a nascondere le prove. La direzione ormai è una giustizia a due velocità, che funziona in un certo modo per la parte più garantita della società e agli altri riserva il pugno di ferro».
Ora la vittoria del No diventerà un “liberi tutti” per le correnti della magistratura: anche i loro esponenti più manovrieri e lottizzanti la prenderanno come un imprimatur sulle loro attività.
«Le correnti della magistratura esistono da tanto tempo, c'erano prima del Ventennio, quando si sciolsero per non diventare corporazione fascista, e sono rinate con la Repubblica. E hanno dato un contributo fondamentale al miglioramento della vita culturale e giuridica del Paese, nell’ottica della promozione e dell’attuazione della Costituzione: questa è storia e non può essere messa in discussione. Se poi ci sono state delle degenerazioni correntizie sono dovute agli uomini e alla loro fallacia, ma questo capita nei partiti, nei sindacati e in tutte le formazioni. E comunque andrebbe detto agli italiani che la riforma Cartabia ha profondamente modificato la legge elettorale e reso più oggettivi i criteri per le nomine e le selezioni, perciò oggi molti di quei problemi sono notevolmente emendati. Sarebbe stato davvero un peccato buttare a mare questi risultati, fra l’altro per tornare a un sistema che attraverso il sorteggio avrebbe aperto al controllo del Csm da parte della politica. D’altra parte la vicenda dell’hotel Champagne ci racconta molto chiaramente una cosa: c’era il tentativo di alcuni politici di controllare le nomine in alcune importanti Procure d’Italia. E davanti al tentativo della politica di controllare la magistratura, attraverso la strumentalizzazione di alcuni soggetti che si sono prestati, mi sembra che il tema sia ristabilire il confine tra politica e magistratura, molto più che misurare l’influenza delle correnti».
Intervistata da Emanuele Dessì su Videolina dopo i primi exit poll, lei diceva che vorrebbe riprendere gli incontri sui territori fatti in campagna elettorale. Nel caso dovreste ripartire da Lodine, dove il No ha ottenuto oltre il 90 per cento.
«Quello è stato un risultato eccezionale, certo, ma vorrei sottolineare che è stato molto buono il risultato della Sardegna in generale. E significa, lo dico con la massima umiltà, che abbiamo lavorato bene. Il nostro era un gruppo molto eterogeneo – magistrati, avvocati, società civile – che si è mosso con un’armonia straordinaria, guardando all’obiettivo senza personalismi. E se è stata un’esperienza bellissima non è solo per il gruppo che si è creato, ma anche per la relazione che si è stabilita con i cittadini che abbiamo incontrato nei territori. Faccio da tempo attività associativa nella magistratura e sono molto abituata a parlare, a stabilire una relazione diretta con le persone. Però andare a parlare nelle comunità, dove capita di incontrare persone semplici che hanno bisogno anche solo di capire qual è la differenza fra il giudice e pubblico ministero, che cosa è il Csm o perché si sia verificato quel tale errore giudiziario, credo sia stata un’esperienza umana molto gratificante e un bel bagno di umiltà, per noi magistrati ma anche per l’avvocatura e l’accademia. Io spero, e quel che sento dai colleghi impegnati a livello nazionale mi incoraggia, che l'esperienza di andare a confrontarci con le comunità, partecipare a piccoli eventi nei territori, resterà anche in futuro».
