Martha Lillard, l’ultima testimone di una vita dentro il polmone d’acciaio
Nel 1953, all’età di cinque anni, fu colpita dal virus della poliomielite, il terrore dell’epoca pre-vaccino. Oggi non dobbiamo abbassare la guardiaPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Le avevano detto che non sarebbe vissuta oltre i 20 anni, ma è riuscita a smentire la previsione dei medici. È stata una lunga vita, e per certi versi anche una vita di gioia, quella di Martha Lillard, l’ultima americana affetta da poliomielite confinata dentro un polmone d’acciaio. È morta a 76 anni il 26 giugno scorso in Oklahoma. Aveva cinque anni quando fu colpita dalla terribile malattia infettiva, e ha vissuto l’infanzia, la giovinezza e la maturità di donna trascorrendo la maggior parte delle sue giornate dentro il cilindro per la respirazione assistita. Una vita comunque piena, ha dichiarato la sorella Cindy. Nonostante la corazza ingombrante, Martha ha potuto studiare, viaggiare, fare nuove amicizie e innamorarsi, per quanto possibile.
È stata dunque l’ultima testimone dell’epoca in cui la poliomielite era una delle malattie più temute negli Stati Uniti e non solo. Due anni fa la morte di Paul Alexander, texano di Dallas, anche lui sopravvissuto alla poliomielite che l’aveva colpito all’età di sei anni, nel 1952. Per 72 anni - paralizzato dal collo in giù - aveva guardato il mondo dal pertugio di un polmone d’acciaio, con brevi periodi in cui poteva uscire e respirare autonomamente. Come Martha, ha comunque vissuto intensamente: la laurea, la professione di avvocato, un amore, l’impegno per i diritti dei disabili. Una storia che ricorda quelle di due donne italiane: Rosanna Benzi, che ha vissuto 29 anni (dal ‘62, è morta nel 1991) dentro il respiratore artificiale; e Giovanna Romanato, immobilizzata per 63 anni, dal 1956 (era tredicenne) al 2019.
In un tempo neanche troppo lontano, quello dell’infanzia di chi oggi ha più di sessant’anni, l’agente patogeno che faceva più paura era il virus della poliomielite, la terribile malattia infettiva che colpiva soprattutto i bambini riducendoli alla paralisi e, nei casi più gravi, all’impossibilità di respirare. Nei ricordi di chi tra noi è più avanti con l’età, ci sono le immagini di coetanei finiti sulla sedia a rotelle, con i tutori alle gambe o le stampelle; e quelle di bambini confinati dentro i polmoni d’acciaio, giganteschi macchinari che hanno preceduto i moderni ventilatori delle terapie intensive.
Nell’estate del 1958 furono 8.300 i casi di poliomielite registrati in Italia, con centinaia di bambini colpiti nelle forme più gravi. In Sardegna, nell’ultimo scorcio di quel decennio, la media annuale oscillava attorno ai 130-150 casi rilevati, una curva che nella primavera del 1959 si era impennata drammaticamente a causa di una catena di contagi a Cagliari e in tutta la provincia che allora comprendeva anche il Sulcis e parte dell’Oristanese. Tra il capoluogo e la provincia, nei primi cinque mesi dell’anno furono denunciati ben 133 casi (l’85% bambini dai 3 mesi ai 6 anni), 108 dei quali tra aprile e i primi giorni di maggio.
Nonostante le rassicuranti notizie che arrivavano dagli Stati Uniti e dalla Russia sul successo del vaccino, era ancora forte l’eco di uno dei più grandi disastri farmacologici degli Usa dove, nel 1955, a causa di un errore di produzione di una delle industrie fornitrici che aveva immesso sul mercato 120 dosi con poliovirus vivi, cinque bambini erano morti e altri cinquanta restarono paralizzati. Ovviamente i protocolli di produzione del vaccino furono rivisti in maniera ancora più severa e da allora negli Stati Uniti vennero immunizzati ogni anno milioni di bambini, ma le ragioni per considerare il farmaco sicuro e affidabile non bastavano a scalfire il pregiudizio delle famiglie, l’ostinazione delle mamme irriducibili. Fu necessario un lavoro capillare degli operatori dei centri vaccinali presenti in ogni Comune e degli uffici di igiene per raggiungere col tempo una copertura ottimale.
Il vaccino antipolio, gratuito, era stato raccomandato per tutti i bambini, «indigenti o meno», dai 3 mesi ai 6 anni. C’erano centri vaccinali in ogni comune, nelle sedi periferiche dell’Omni (l’Opera nazionale maternità) e negli uffici di Igiene; e intanto - poiché il contagio avviene attraverso le feci (con l’ingestione di acqua o cibi contaminati) o la saliva (le goccioline emesse con i colpi di tosse e gli starnuti da persone malate o da portatori sani) - venivano ricordate le più elementari regole igieniche.
Un incubo che si cominciò ad arginare grazie a una colossale campagna di vaccinazione di massa (prima col farmaco Salk, poi col Sabin e di nuovo Salk, sviluppati negli Stati Uniti nei primi anni ’50), che tuttavia in Italia registrava una scarsa adesione soprattutto al Sud. Basti dire che in questa parte del Paese l’incidenza di infezioni poliomielitiche era di ben tre volte superiore rispetto al Nord, ed è per questo che nel 1966 il vaccino antipolio è diventato obbligatorio.
Nonostante l’ultimo caso di poliomielite registrato nel nostro Paese risalisse al 1982 (un bambino non vaccinato), e gli ultimi casi importati nel 1984 dall’Iran e nel 1988 dall’India, l’Italia è stata dichiarata dall’Organizzazione mondiale della sanità libera dalla polio nel 2002, così come il resto d’Europa. Oggi vengono segnalati casi solo in Pakistan e in Afghanistan; mentre in Africa, lo status di Continente libero da poliovirus selvaggio (dichiarato dall’Oms nel 2020) è stato sospeso dopo la ripartenza di un’epidemia nel 2022 prima in Malawi e da qui in Mozambico dove non si registravano casi da ben 30 anni. Si trattava di un virus importato, circolato in Pakistan. Laggiù, una massiccia campagna di vaccinazione su milioni di bambini ha arginato l’epidemia, ma la sorveglianza resta sempre altissima tanto che, a gennaio di quest’anno, in Malawi è stato rilevato un caso di contagio su un bambino non vaccinato (un virus derivante dal vaccino di tipo 2, diverso da quello comparso nel quattro anni fa).
La poliomielite è stata in tutto il mondo uno degli incubi del Novecento, eppure si è riusciti a debellarla, ma non bisogna abbassare la guardia perché nelle comunità con basse coperture vaccinali il rischio di trasmissione aumenta.
