Manuela Murgia, una morte che rischia di restare senza una verità
Il gip non ha concesso proroghe alle indagini: il 29 ottobre 2026 il pm dovrà decidere se archiviare o rinviare a giudizio l’unico indagato. Ma la famiglia chiede che si vada avanti: «C’è tutto il tempo per condurre un’indagine completa e rigorosa».Per restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Sulla morte di Manuela Murgia, trovata senza vita in fondo al canyon di Tuvixeddu, a Cagliari, trent’anni fa, non c’è pace e soprattutto non è stata ancora scritta una verità. Nel mese di luglio poi c’è stata la morte del padre della ragazza, che dunque non conoscerà mai cosa sia realmente accaduto tra il 3 e 4 febbraio del 1995, e la decisione del Gip del Tribunale di Cagliari di non concedere proroghe alle indagini per omicidio che dunque andranno avanti fino 29 ottobre 2026. Ancora quattro mesi dunque per raccogliere ulteriori elementi da aggiungere al fascicolo e poi il pubblico ministero deciderà se chiedere il rinvio a giudizio di Enrico Astero, 44 anni, l’ex fidanzato della ragazza, attualmente indagato oppure optare per l’archiviazione sulla base di quanto prodotto dagli investigatori e dai consulenti di parte.
«I difensori prendono atto della decisione del giudice e confermano la propria fiducia nel lavoro della Procura che dispone ancora di tutto il tempo previsto dalla legge per condurre un’indagini completa e rigorosa»: questo il commento dei legali della famiglia Murgia, gli avvocati Bachisio Mele, Maria Filomena Marras e Giulia Lai. I difensori della madre di Manuela Murgia, Antonella Carboni, e del fratello e delle sorelle della ragazza, Gioele, Elisabetta e Anna, hanno appreso della decisione del gip Giorgio Altieri dello scorso 24 maggio, e ribadito che le indagini sull’omicidio «proseguono regolarmente nei tempi ordinari fissati dalle legge e che non è stato concesso altro tempo semplicemente perché, al momento, non risultava ancora necessario».
Per il gip dunque nel fascicolo per omicidio, aperto per tre volte in questi trent’anni, non si sarebbero aggiunti elementi per proseguire l’inchiesta oltre il 29 ottobre. E il pubblico ministero Guido Pani potrà ancora indagare per quattro mesi, poi avrà dieci giorni di tempo per formulare le richieste: archiviazione o rinvio a giudizio di Astero.
Su un punto i legali della difesa della famiglia Murgia, insistono: quello degli accertamenti scientifici sul capello ritrovato nello stivaletto della vittima. È stato ricavato un profilo genetico maschile completo che non risulta attribuibile a nessuno: non ad Astero (come emerso dalla perizia effettuata nell’incidente probatorio) ma nemmeno a qualcun altro. Per questo gli avvocati Mele, Marras e Lai chiedono «che tale profilo venga inerito nella banca dati nazionale perché solo confrontandolo con profili già registrati, e con quelli che verranno inseriti in futuro, si possa verificare se appartenga a una persona già nota alle forze dell’ordine oppure identificarla in un secondo momento. Altrimenti il profilo resterebbe un dato isolato, privo di qualunque sviluppo investigativo». Chiesti inoltre due accertamenti riguardante tracce emerse durante l’incidente probatorio: sulla cintura della vittima e sugli indumenti intimi. Perché, secondo gli avvocati della famiglia Murgia, si tratterebbe di accertamenti essenziali «non per muovere accuse verso una persona specifica ma per non perdere l’occasione di identificare attraverso il confronto scientifico, chi sia davvero coinvolto nella vicenda».
Il giudice nel provvedimento che respinge l’eventuale proroga scrive che «si tratta chiaramente di indagini certamente complesse ma non rivolte nei confronti di Astero, dunque non possono giustificare la prosecuzione delle indagini nei suoi confronti».
Nella relazione dei consulenti della famiglia, il professor Roberto Demontis e l’ingegner Stefano Ferrigno, hanno formulato una serie di considerazioni tecnico-scientifiche che indicano come la morte della ragazza non «possa essere stata causata, come ipotizzato all’epoca delle prime indagini, da una precipitazione dalle pareti del canyon di Tuvixeddu, e dunque non possa essere attribuita a un suicidio». C’è poi un altro aspetto: quello della violenza sessuale. Perché la difesa della famiglia, sulla base degli accertamenti dei periti, ritiene che la vittima abbia subito una violenza sessuale prima di essere uccisa. «Su queto tema, il giudice afferma che allo stato degli atti non vi sono elementi sufficienti per dimostrare l’aggravante. Questo non significa esclusione del fatto, ma solo insufficienza probatoria in questa fase. Il professor Demontis, consulente tecnico di parte della famiglia, ha rilevato in sede peritale la presenza di abrasioni in area genitale. È obbligo segnalare inoltre una non completezza della documentazione fotografica autoptica».
Ancora quattro mesi e su questa storia infinita, e mai chiarita, ci sarà una nuova tappa. «Manuela uscì di casa con del denaro e il portamonete fu ritrovato vuoto. Indossava una canottiera che non è mai stata ritrovata. Resta per noi immutata la piena fiducia nella Procura», conclude la famiglia.
