Adesso tocca all’intelligenza artificiale. A Donald Trump non piace l’aggettivo, ritiene che stenda una patina di falsità su una risorsa che lui invece ritiene straordinaria. E allora via, si cambia nome per bolla presidenziale: d’ora in poi si dovrà parlare di “Super Intelligenza” (la sigla, ovviamente, diventerebbe SI). L’annuncio del presidente Usa a New York, a margine dell’81esima assemblea generale delle Nazioni Unite, non è la prima stravaganza del genere: e nemmeno l’ultima, visto che pochi giorni dopo ha detto di voler dare il proprio nome allo Stretto di Hormuz. In origine del resto fu il Golfo del Messico, ribattezzato Golfo d’America: da allora, passando da una lunga serie di luoghi geografici, edifici, istituzioni, Trump ha mostrato una vera ossessione per le denominazioni da modificare a proprio gusto. Alcuni analisti americani ormai parlano di “narcisismo toponomastico”.

Il leader Usa non si accontenta di esprimere una preferenza di tipo estetico o culturale: in genere esige che il mondo intero si adegui al suo volere. Sull’intelligenza artificiale, per esempio, ha dato ordine di eliminare ufficialmente da tutti i documenti governativi e diplomatici la definizione utilizzata fin qui. Sostiene che il termine “artificiale” fa sembrare la tecnologia “falsa” (“makes it sound fake”). “D’ora in avanti, tutti i documenti degli Stati Uniti e, si spera, del mondo, saranno modificati per usare il termine più accurato ‘super’ rispetto ad artificiale”, ha dichiarato Trump.

Il sondaggio

La scelta non è stata casuale, ma è nata da una serie di sondaggi promossi da Trump sulla sua piattaforma social Truth, in cui ha chiesto ai propri follower di votare tra opzioni come “superior”, “extreme”, “supreme” e “super” intelligence. Dopo l’annuncio durante l’Assemblea Onu, la macchina diplomatica americana si è subito attivata per tradurre l’ultimo capriccio del capo in fatti concreti: secondo quanto riportato da vari media statunitensi, un’email interna inviata dal vice assistente segretario di Stato Michael Drager ai dipendenti del Bureau of International Organization Affairs ha ordinato di sostituire “Artificial Intelligence” con “Super Intelligence” in tutti i documenti, posizioni ufficiali e comunicati. Esponenti dell'amministrazione, come il Chief Technology Officer Ethan Klein e l’ambasciatore all’Onu Michael Waltz, hanno immediatamente adottato il nuovo acronimo. C’è da vedere ora come si regoleranno tutti gli altri, quelli su cui Trump non ha poteri diretti di comando (anche se spesso può esercitare forti pressioni di vario tipo, come sanno le università del suo Paese): per esempio, Sam Altman accetterà di modificare il suo marchio ormai notissimo, OpenAI, quello che ha dato al mondo ChatGpt aprendo di fatto al grande pubblico la porta delle intelligenze artificiali generative?

Gli esempi precedenti mostrano che non sempre l’inquilino della Casa Bianca è riuscito a trascinare tutti sulle sue posizioni. Però il suo potere agisce anche in questi aspetti. La ridenominazione più nota è quella, già citata, del Golfo del Messico: sulle cartine geografiche ufficiali non è stata ancora accolta, però ad esempio chi cerca quel tratto di mare su Google Maps oggi lo trova indicato come “Golfo del Messico (Golfo d’America)”. Fino a quando il nome tradizionale riuscirà a confinare tra due parentesi quello dettato da Trump?

Sostenitori del presidente Usa davanti alla Trump Tower, a Manhattan, in una foto d'archivio

Le mappe di Google fanno la stessa cosa per il Lago Ontario, altra fissazione di Trump: anche qui vorrebbe chiamarlo Lago America. In questo caso, però, ha trovato la netta opposizione del Canada, che possiede circa il 53% della superficie del lago. Non a caso, commentando il diktat sulla “super intelligence”, il ministro canadese per l'IA Evan Solomon ha osservato gelidamente che «i miei connazionali non sono affatto entusiasti di rinominare le cose», con evidente allusione alle pretese sul Lago Ontario.

Se sulla toponomastica non è semplice intervenire, Trump ha trovato campo molto più libero sul fronte istituzionale, per ragioni intuitive. Fin dal suo ritorno alla Casa Bianca, il Dipartimento della Difesa è diventato per suo volere Dipartimento della Guerra (e visto le condotte successive, non si può negare che fosse appropriato). Ma il rebranding, come si dice in ambito commerciale, non si è fermato lì: lo United States Institute of Peace è diventato il “Donald J. Trump Institute of Peace”, lo storico John F. Kennedy Center for the Performing Arts di Washington è stato ridenominato “Donald J. Trump and The John F. Kennedy Memorial Center for the Performing Arts”, con proposte di intitolare l'Opera House alla First Lady Melania Trump.

La lista delle iniziative intraprese dal presidente Usa per marchiare le cose col proprio cognome comprende inoltre la designazione dei cacciatorpedinieri di classe Trump, la proposta di reintitolare l’aeroporto di Palm Beach, l’istituzione del visto “Trump Gold Card” per immigrati facoltosi, l’inedita firma presidenziale sulle banconote cartacee. Mentre per ora resta solo sulla carta il progetto di edificare un imponente “Arc de Trump” a Washington.

"Narcisismo onomastico”

La cosa, del resto, stupisce ben poco i newyorkesi, abituati a vedere il cognome del loro concittadino affisso in grandi lettere dorate sulla facciata della Trump Tower e altri grattacieli. Così come, nella sua carriera imprenditoriale, l’attuale presidente aveva creato tantissimi marchi simili: Trump Airlines, Trump Vodka, Trump Steaks, Trump University. Ecco perché Reuben Rose-Redwood e Derek Alderman, sulla rivista Time, lo hanno definito “narcisismo onomastico”.

Un tratto della personalità del tycoon che sta suscitando persino un interesse scientifico. Jeffrey Sonnenfeld e Steven Tian, studiosi di leadership della Yale School of Management, interpretano questo self-branding come l’estensione del “consumo ostentativo” teorizzato dall’economista Thorstein Veblen: un’esibizione di opulenza e decori dorati pensata per proiettare un’immagine imperiale e spettacolare a beneficio delle masse.

Però la politologa Julia Kremenetsky della University of California Irvine ha sottolineato che la personalizzazione delle istituzioni democratiche rompe con le norme storiche degli Stati Uniti. Grandi presidenti come George Washington, Abraham Lincoln, Franklin D. Roosevelt e Dwight Eisenhower si astennero rigorosamente dal mettere il proprio nome su edifici o enti pubblici mentre erano in carica, una prassi tipica semmai dei regimi autoritari.

Quanto all’ultima trovata relativa all’IA, nel settore tecnologico e scientifico l’operazione della “Super Intelligenza” ha subito incontrato un muro di scetticismo. Esperti di etica digitale e informatici come Simon Coghlan (University of Melbourne), Kokil Jaidka e Ben Leong hanno evidenziato che la denominazione è fuorviante e sproporzionata. Il concetto di Super Intelligenza possiede infatti un significato tecnico preciso — formalizzato oltre un decennio fa dal filosofo Nick Bostrom per descrivere ipotetici sistemi dotati di capacità cognitive superiori a quelle umane — per cui applicarlo ai modelli di IA attuali risulta scientificamente errato. Non ci sarebbe da stupirsi, però, se il potere di Trump finisse per prevalere anche sulle pur ragionevoli obiezioni degli esperti: soprattutto se i primi ad adeguarsi saranno i colossi dell’IA, spinti dal timore dei loro proprietari di perdere il sostegno dell’uomo più potente del mondo, o – peggio – di guadagnarsene l’ostilità.

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