Aumentano gli sbarchi lungo le coste meridionali dell’Isola, crescono i numeri dei migranti ospiti – e viste le condizioni di vita all’interno della struttura si può casi parlare di reclusione – tra hotspot e Cas di Monastir e inevitabilmente si solleva il livello di tensione sociale. Perché chi arriva in Sardegna quasi sempre non ha niente: quello che aveva lo ha speso per acquistare un viaggio di sola andata su un barchino, affidando i suoi soldi a chi lucra sulle vite umane di chi cerca una nuova vita o semplicemente di migliorare quella che lascia nel suo Paese. Molti migranti hanno l’obiettivo di raggiungere l’Europa: diversi Stati dove ad attenderli ci sono familiari o amici, con la prospettiva magari di un’occupazione. Ma il primo impatto è quello della sopravvivenza. Il sistema non riesce a reggere l’urto e così i gruppi criminali organizzati ne approfittano.

Una delle conseguenze è che alcuni giovani migranti – anche minorenni – commettono reati: scippi, furti, rapine soprattutto nella zona del centro storico di Cagliari dove stazionano per gran parte della giornata oppure nelle spiagge (d’estate gli episodi di furti, per esempio al Poetto, sono stati diversi e ci sono stati anche arresti da parte di Carabinieri e Polizia). Ci sono stati anche momenti di tensione per risse tra stranieri e situazioni di violenza e degrado (non sono mancati, tra gli autori, anche i sardi).

Carabinieri nel centro di accoglienza di Monastir

Ma il business degli sbarchi di migranti nell’Isola, soprattutto chi arriva dall’Algeria, nasconde anche altro. Lo sanno bene gli investigatori della Direzione distrettuale antimafia sarda e quelli della Squadra Mobile di Cagliari che ad agosto, al termine di un’inchiesta, hanno eseguito otto provvedimenti di custodia cautelare in carcere. Secondo le accuse si trattava di un’organizzazione ben strutturata, con risorse economiche ingenti, complici con compiti precisi a Cagliari, nel resto della Sardegna e in Algeria. Proprio Cagliari era il quartier generale delle principali attività illegali con gli stessi migranti prime vittime. Dalle carte delle indagini è emerso che la rotta El Kala-Cagliari era collaudata per trasportare, in modo clandestino e dietro il pagamento di 2.500 euro, i migranti dall’Algeria alle coste sarde. Ma il gruppo puntava ad aprire una nuova tratta: quella con la Tunisia. Non solo. I gommoni per il trasporto dei giovani migranti, vittime dell’organizzazione che si occupava anche di procurare documenti falsi, sarebbero serviti anche per il trasporto di droga. Perché, e anche questa non è una novità, i gruppi che sfruttano l’immigrazione clandestina hanno un collegamento stretto con lo spaccio di droga: i migranti, senza permesso di soggiorno e senza la possibilità di guadagnare onestamente, finiscono nelle mani di queste organizzazioni che li utilizzano come pusher nelle piazza dello spaccio cagliaritano. Il numero degli arresti e delle denunce lo dimostra.

Il centro di accoglienza di Monastir

A complicare non poco la situazione c’è inoltre la condizione di vita dei migranti. A Monastir, attorno al centro di accoglienza e all’hotspot, la tensione è sempre più alta. L’ultimo episodio, con la spedizione punitiva da parte di un gruppo di giovani sardi che abitano nella zona, ne è una conferma: aumenta l’esasperazione per una serie di episodi negativi. L’argomento viene ribadito e denunciato dai sindacati delle forze dell’ordine (Polizia e Carabinieri) ma anche dalle istituzioni e dalla politica. Monastir, è quanto viene ribadito continuamente, non può diventare un albergo né la nuova baraccopoli del Sud Sardegna. La struttura rischia il collasso: centinaia di persone nello stesso complesso e pochi agenti chiamati a controllare ingressi, trasferimenti e sicurezza. C’è chi è arrivato a chiedere l’intervento dell’Esercito e chi sottolinea come le condizioni di vita per gli stessi migranti sia insostenibile. Insomma una polveriera.

L'interno del centro migranti di Monastir

E nonostante denunce, affondi, polemiche e soprattutto i continui e ripetuti episodi, la situazione non cambia. Con il rischio che si debba attendere che accada qualcosa di molto più grave per far scoppiare definitivamente la questione della gestione della vita dei migranti nel sud dell’Isola.

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