Il “Porta Portese” di Cagliari: viaggio nel Mercato Cuore di Sant’Elia
C’è chi vende, chi cerca e chi osserva: la (tutt’altro che silenziosa) caccia al tesoro tra le bancarellePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Si può considerare ormai un vero e proprio rito domenicale, non solo per i cagliaritani ma anche per i turisti in arrivo nel capoluogo. Ogni settimana, il gran bazar del Mercato Cuore di Sant’Elia prende vita in tutta la sua eccentricità: un mosaico di storie, oggetti e persone che si intrecciano tra le bancarelle.
Ventitré nazionalità rappresentate, una media di 250 stand aperti ogni fine settimana: numeri che raccontano solo in parte l’anima di questo mercato delle pulci, sospeso tra nuovo e usato – a volte persino “stra-usato”. Tra i banchi si passa dai libri di storia alle riviste d’epoca risalenti al periodo fascista, dalle biciclette arrugginite ai mucchi di vestiti a pochi euro in cui rovistare alla ricerca dell’occasione giusta. Qui il silenzio non esiste davvero: il Mercato Cuore è un intreccio continuo di voci, richiami e contrattazioni. C’è chi discute animatamente per un set di piatti in porcellana, chi ribatte su un prezzo – sempre ritenuto troppo alto – e chi prova ad attirare l’attenzione con musica, battute e un sorriso.
È un universo eclettico, capace di attrarre gli appassionati di vintage ma anche chi ama dare una seconda vita agli oggetti. Tra vinili retrò, lampade anni ’50, specchi dorati e attrezzi da lavoro come trapani e motoseghe, ogni angolo nasconde una possibilità. Non mancano stand di profumi equivalenti, vecchi computer esposti su lenzuola bianche e file ordinate di cucchiaini e forchette d’argento che brillano ancora del loro fascino. Certo, non tutto ciò che si incontra è un tesoro. Ma con un po’ di occhio e fortuna non è raro imbattersi in edizioni introvabili di dischi o in pezzi d’antiquariato oggi tornati di moda nell’arredo contemporaneo.
Ogni settimana, hobbisti e venditori esperti si danno appuntamento nel parcheggio Cuore, accanto al vecchio stadio Sant’Elia, attirando un pubblico eterogeneo. Ci sono famiglie in cerca di qualche raggio di sole e di prodotti freschi, giovani interessati a capi sostenibili e anche chi frequenta il mercato con un obiettivo ben preciso: scovare occasioni da rivendere altrove. I venditori li chiamano “gli avvoltoi”. Arrivano all’alba, si muovono rapidi tra le bancarelle e, con occhio esperto, intercettano piccoli tesori prima degli altri. Poi li rimettono in circolo, altrove, trasformando l’intuizione in guadagno.
Il modello Porta Portese
In Italia, quando si parla di mercati delle pulci domenicali, il pensiero corre inevitabilmente a Porta Portese. Un luogo che, nel tempo, è diventato molto più di un semplice mercato: un rito collettivo, una simbolo informale della città, dove ogni oggetto sembra custodire una storia e ogni bancarella è parte di un racconto più grande. Quello di Roma.
Certo, il Mercato Cuore di Sant’Elia, per dimensioni e storia, non ha ancora quella stratificazione. La sua origine è recente, e affonda le radici in una fase di trasformazione della città: nasce infatti poco più di cinque anni fa, con la dismissione degli ex mercati di viale Trento e via Po. Poi arriva la pausa forzata della pandemia, che interrompe abitudini e flussi, congelando per mesi anche il progetto di questo spazio. Alla ripartenza, però, il mercato non solo inizia a vivere, ma si riorganizza, cresce, si struttura. Sotto la guida di Marco Medda – presidente provinciale di Confesercenti – e con il coordinamento di uno staff dedicato, gli spazi vengono ridisegnati, le bancarelle distribuite secondo una logica che tiene conto non solo delle merci, ma anche delle provenienze dei venditori, creando un equilibrio invisibile tra ordine e apparente disordine, in cui il «rispetto reciproco è il valore principale», sottolinea Medda.
Eppure, tra i suoi corridoi e le file di oggetti disposti con una cura che si intravede qualcosa di simile al modello trasteverino: la stessa tensione tra caos e scoperta, tra valore e abbandono. Se Porta Portese è la memoria sedimentata di una tradizione romana, il mercato cagliaritano ne rappresenta una versione più giovane, ancora libera da codici rigidi, dove tutto sembra possibile.
