Cellulari vietati a scuola? Nessun beneficio su rendimento e concentrazione
L’abuso degli smartphone è tra le cause del calo di competenze degli studenti dei Paesi Ocse: ma uno studio inglese mostra che le restrizioni in classe non bastano a generare voti e condotte migliori, se non provvedono anche le famigliePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Brutte notizie sul rapporto tra adolescenti e cellulari: vietare gli smartphone a scuola non basta a scongiurare gli effetti negativi del loro abuso sul rendimento degli alunni. Un nuovo studio dell’Università di Birmingham rivela che le politiche restrittive adottate in molti istituti, e in molti Paesi, non produrrebbero particolari benefici né sui voti degli alunni, né sul loro comportamento, né sul benessere mentale. Attenzione però: la ricerca non nega che un eccessivo utilizzo dei telefoni determini un impatto deleterio sui ragazzi. Anzi, lo riafferma. Semmai, tende a mostrare che le limitazioni non possono riguardare solo il tempo che i giovani trascorrono tra i banchi, ma devono estendersi anche alle altre fasi della loro giornata. In altri termini, gli esiti dello studio in questione responsabilizzano le famiglie rispetto all’educazione dei figli alla gestione corretta degli smartphone e della connessione.
L’Italia “tiene” meglio
L’indagine, pubblicata su The Lancet Regional Health - Europe, e intitolata “Smart Schools”, è stata sintetizzata di recente da Luca Carra su “Scienza in rete”, rivista online di informazione scientifica. La citazione avveniva nell’ambito della riflessione sui risultati, diffusi a settembre, dell’ultimo rapporto Ocse-Pisa: ossia la verifica internazionale promossa annualmente dall’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) sulle competenze degli studenti quindicenni nel mondo. La tendenza evidenziata dal report in questa circostanza è abbastanza scoraggiante: nei test, a cui hanno partecipato oltre 760mila giovani in 91 Paesi (285 le scuole italiane coinvolte, per un totale di circa 9mila studenti), è emerso il progressivo e generalizzato peggioramento delle due competenze principali sottoposte a verifica, la lettura e la matematica.
Per quanto riguarda la prima, la media Ocse si è fermata a 461 punti, con un calo di 14 punti in tre anni e 28 nel decennio. Per la matematica il dato medio (463) è inferiore di 22 punti a quello di dieci anni prima. In questo contesto, per una volta l’Italia è andata tutto sommato benino, collocandosi a quota 474: ben 13 punti sulla media Ocse, non era mai successo. Superiore alla media, benché con distacco inferiore, anche il dato italiano per la matematica: 468 contro i 463 della totalità dei Paesi partecipanti. E il vantaggio per il nostro Paese si conferma, benché risicatissimo (483 contro 482), anche nella valutazione della terza grande area delle competenze, quella scientifica. Non c’è però da farsene grande vanto: in realtà anche l’Italia fa segnare negli anni un arretramento in tutte le materie, sottolinea Carra, ma meno marcato della media dell’Organizzazione.
La distrazione digitale, ossia il tempo che viene trascorso dai ragazzi sui dispositivi elettronici connessi alla rete, è considerata generalmente la prima causa del decadimento delle competenze. Specie perché la sua crescita comporta simmetricamente una riduzione delle ore dedicate alla lettura. Ma non basta da sola a spiegare i nuovi dati Ocse-Pisa. Anche perché, in molti Paesi, la freccia ha virato verso il basso già vari anni prima della diffusione generalizzata degli smartphone. E quelli che hanno impedito di portarli in classe (in Italia il primo divieto è del 2007, poi ribadito e rafforzato dalle circolari del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara nel dicembre 2022 e nel giugno 2025) non hanno risolto il problema.
Valutazione su larga scala
Lo studio dell’Università di Birmingham, infatti, ha verificato che gli studenti di venti istituti superiori del Regno Unito, in cui l’uso dello smartphone è vitato per l’intero orario scolastico, non hanno denotato una salute mentale, una capacità di concentrazione e dei risultati scolastici significativamente migliori rispetto ai loro coetanei di dieci istituti in cui, invece, si può accendere il telefono almeno durante la ricreazione e in alcuni altri momenti specifici.
La ricerca ha coinvolto 1.227 adolescenti tra i 12 e i 15 anni, e ha rilevato che tra le scuole più restrittive e quelle più permissive non ci sono differenze sostanziali nel benessere mentale degli alunni, né benefici sulla durata e qualità del sonno, sui voti in inglese e matematica e sulla condotta in classe. Persino la quantità totale di utilizzo giornaliero del telefono finisce per assomigliarsi nelle due diverse situazioni, perché i ragazzi costretti a non usarlo per niente a scuola sembrano poi recuperare nel resto della giornata e nei weekend.
Ed è proprio il tempo d’uso complessivo, secondo i ricercatori britannici, a incidere su quegli altri fattori: a un aumento delle ore totali trascorse davanti allo schermo del cellulare corrispondono, infatti, maggiori livelli di ansia e depressione, sonno peggiore come durata e qualità, prestazioni scolastiche inferiori e crescente nervosismo in classe. Gli autori concludono perciò invitando scuola e famiglie a programmare insieme un approccio educativo al rapporto tra giovani e smartphone. I genitori, insomma, non possono pensare di delegare alla scuola l’intero compito di disciplinare l’uso dei telefoni, della connessione, dei social media. Devono farsene carico pienamente. Certo, per riuscirci magari sarebbe utile che anche loro, gli adulti, si staccassero ogni tanto dai rispettivi cellulari. Ma questo ormai, per molti di noi, è davvero chiedere troppo.
