Aglietta, 50 anni fa la prima donna a capo di un partito
Eletta nel novembre 1976 segretaria del Partito radicale, due anni dopo venne sorteggiata nella giuria popolare del processo alle Br: nel suo “Diario di una giurata” uno spaccato della politica degli anni di piomboPer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Chissà cosa penserebbe oggi Adelaide Aglietta, nel vedere che alla guida delle due principali forze politiche italiane ci sono altrettante donne. Forse constaterebbe con amarezza il fatto che ci sia voluto quasi mezzo secolo da quel 4 novembre 1976, quando lei fu eletta segretaria dei Radicali: fino ad allora, nella storia repubblicana, nessuna donna aveva mai guidato un partito. La prima volta non poteva che arrivare dal soggetto politico che – comunque la si pensi sulla sua linea – era all’epoca sicuramente il più libero da schemi precostituiti e incrostazioni di potere. Identificato nell’opinione pubblica con la personalità straripante di Marco Pannella, ma in realtà composto da una squadra di donne e uomini (Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia, Adele Faccio, Mauro Mellini, Roberto Cicciomessere, per citarne solo alcuni) profondamente calati nel loro ruolo di militanti, e provvisti di buona cultura politica.
Un’incredibile casualità
La prima donna segretaria doveva necessariamente essere una radicale anche per l’energia con cui il partito della rosa nel pugno aveva affiancato il movimento femminista. Le lotte per il divorzio e l’aborto furono solo i momenti più evidenti. Non a caso, una delle prime attività pubbliche di Adelaide Aglietta fu la creazione, con Bonino e Faccio, del Centro d’informazione sulla sterilità e l’aborto.
Ma la sua segreteria fu un passaggio storico anche perché nel 1978 capitò qualcosa di incredibile (tanto che ancora oggi c’è chi non crede al caso): Aglietta fu sorteggiata tra i giudici popolari dello storico processo alle Brigate Rosse che si celebrava a Torino, la sua città. La scelta di accettare la nomina risultò di fatto decisiva perché si svolgesse il dibattimento. Un’esperienza poi raccontata in un libro, “Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate rosse”, oggi introvabile, che dopo tanto tempo resta ancora una straordinaria testimonianza del contesto politico degli anni di piombo.
Era la prima volta che i capi delle Br (tra cui Renato Curcio, Alberto Franceschini, Prospero Gallinari) finivano davanti ai giudici, e la loro posizione era di disconoscimento dell’autorità giudiziaria dello Stato. Perciò rifiutavano la difesa legale e minacciavano chiunque intendesse assumere il ruolo di avvocato d’ufficio. Minacce tragicamente concrete: il 28 aprile 1977 era stato ucciso dalle Br Fulvio Croce, ex partigiano, presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino. La sua colpa era stata appunto farsi carico della difesa d’ufficio dei terroristi imputati, dopo il rifiuto di vari altri colleghi.
Dopo tanti rifiuti
In quel clima, quando un anno dopo la Corte d’Assise si appresta comunque a tenere il dibattimento, è molto difficile riuscire a formare la giuria popolare che affianchi i giudici togati. Circa un centinaio di cittadini hanno già rifiutato. Il 2 marzo 1978 Adelaide Aglietta, appena arrivata a Roma in treno da Torino, viene a sapere che proprio da Torino la sta cercando un capitano dei carabinieri, che chiede di essere richiamato con urgenza. Lei pensa a qualche incriminazione legata alle attività del Centro per l’aborto. Quando finalmente riesce a parlarci, scopre che la sorte ha indicato lei per la giuria del processo alle Br.
Anche quella è una prima volta: non era mai capitato che il segretario nazionale di un partito fosse chiamato a un simile compito, e per di più in un caso con drammatici risvolti politici. “Devo andare a rappresentare istituzioni contro le quali lotto ogni giorno?”, si chiede Aglietta, mentre la notizia intanto si diffonde e i leader di tutti gli altri partiti si affrettano a dire alla stampa che loro accetterebbero senza esitazioni. Lei però si pone problemi non banali. Non è una cittadina qualunque, è la segretaria nazionale di una forza antisistema; al tempo stesso, i Radicali hanno da sempre la non violenza gandhiana, lontanissima dalla lotta armata, tra i princìpi cardine della loro azione. “La dinamica del sospetto mi assale”, racconta lei nel “Diario di una giurata”: “Cosa c’è sotto? Perché un radicale? Cosa vogliono?”.
E poi c’è anche, umanissimo, il timore per sé e per i propri cari. Tra l’altro in quelle ore non riesce neppure a dare la notizia al marito, Marco Rocca, e alle due figlie: sono in vacanza in montagna, ogni tentativo di parlarci si infrange contro la cocciutaggine di una centralinista. “Pare che gli ospiti del Club Méditerranée non abbiano il diritto di ricevere telefonate”, annota Aglietta nel Diario. “A quali rischi vado incontro? Mi prende la paura, parecchia paura. Penso alle bambine e mi metto persino a piangere”, confessa.
Com’è normale in quegli anni, la scelta di accettare sarà alla fine sia personale che collettiva, condivisa con Pannella e gli altri compagni di partito. Dal Diario emerge però la difficoltà di far arrivare all’opinione pubblica le reali motivazioni. “Il nonviolento si difende solo con la linearità delle proprie scelte di coscienza”, scrive lei: entrare nella giuria, quindi consentire che il processo si celebri, è un modo per “opporre alla spirale della paura che ha dilagato e sta dilagando ovunque, specie a Torino (…) una rigorosa, attiva azione nonviolenta”.
Ma il sistema mediatico, sempre aspramente criticato dai Radicali, sembra concentrarsi solo su aspetti secondari. Aglietta riferisce che neppure per raccontare il suo dilemma i tg della Rai sono disposti a intervistarla, nonostante le richieste di Pannella. Nella conferenza stampa in cui annuncia l’accettazione, la segretaria dichiara di voler agire da quel momento “come possibile giurata del processo di Torino. Non intendo quindi esprimere posizioni in merito; anzi, per l’esattezza, se ne ho avute, non ne ho più. Ho radicato in me il dovere costituzionale e morale di presumere la non colpevolezza degli imputati”. Un quotidiano la definisce per questo “giurata a discarico”: era invece l’adesione piena ai valori dello Stato di diritto. Altre testate vedono nella decisione di Aglietta una pubblicità per il Partito radicale; considerazione quanto meno ingenerosa rispetto ai rischi che lei sceglie di correre, parzialmente confortata dalla considerazione che le Br colpiscono solo obiettivi politici: quindi lei sa di mettere in pericolo la propria vita, ma non quella dei familiari. In ogni caso, rifiuta anche la scorta. Anni dopo una delle figlie, Alberta Rocca, racconterà che un giorno la madre era andata a prenderla a scuola e aveva notato lì vicino un’auto di poliziotti in borghese: “Lei fece una scenata!”, ricorderà la figlia, “non tollerava le imposizioni”.
Un anno terribile
Fortunatamente la follia assassina dei terroristi non colpirà più i protagonisti del processo di Torino. La giuria si riunisce per la prima volta il 6 marzo 1978, il dibattimento inizia il 9. Si concluderà il 19 giugno con trenta condanne. Ma nel frattempo succede di tutto: il 16 marzo, a processo appena iniziato, il rapimento di Aldo Moro e l’eccidio della scorta, poi il decreto antiterrorismo e, il 9 maggio, l’esecuzione del presidente Dc; due giorni dopo, le dimissioni del ministro dell’Interno Cossiga. Il 14 maggio le amministrative che segnano una battuta d’arresto imprevista per il Pci, l’11 e 12 giugno i due referendum proposti proprio dai Radicali per abrogare il finanziamento pubblico ai partiti e la legge Reale sull’ordine pubblico (ma in entrambi casi vince il No; rimane storica, nella campagna referendaria, l’apparizione in tv di Pannella e Bonino che restano per più di 20 minuti imbavagliati e in silenzio, per protesta contro lo scarso spazio dato dai media alla consultazione). Intanto divampa lo scandalo Lockeed, e il 15 giugno si dimette anche il presidente della Repubblica, Giovanni Leone.
Tutti questi fatti compaiono nel Diario di Adelaide Aglietta evocando aneddoti e riflessioni, alternati a una descrizione asciutta ma scorrevole dell’attività da giurata e di quella di partito. Conclusa quell’esperienza e, nei mesi successivi, anche quella da segretaria del Pr, Aglietta trascorrerà 11 anni alla Camera e dieci nell’Europarlamento. E oggi che una donna al vertice di un partito non è più un caso unico, la pioniera di quella conquista politica non è più qui a osservare i frutti di quel che lei e tante altre seminarono: un tumore l’ha portata via nel 2000, poco prima che compisse 60 anni. Il “Diario di una giurata popolare” resta quindi la testimonianza più compiuta di una personalità al tempo stesso forte e scossa da grandi interrogativi, una cultura politica temprata negli anni Sessanta e Settanta. Ma da quelle pagine emerge, soprattutto, uno spaccato di un tempo assolutamente non paragonabile all’attuale; che certo non viene da rimpiangere, per l’atmosfera plumbea del periodo. Eppure la profondità del pensiero dei protagonisti di allora, al confronto dello spettacolo politico odierno, appare sempre più come una ricchezza perduta.
