Femminicidi, Charlize Theron in campo: «Contro la violenza è necessario fare di più»
L’attrice sudafricana a Variety: «Bisogna investire nelle organizzazioni che lavorano per contrastare questo brutale fenomeno»Charlize Theron
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A ogni nuova apparizione, l’incantevole Charlize Theron dimostra di essere in splendida forma. Forte di una carriera brillante e prolifica, che la vede ormai legata a innumerevoli ruoli, la star sudafricana deve il proprio successo internazionale non soltanto a una presenza scenica dall’irresistibile magnetismo, ma anche all’abilità di far coincidere la propria inclinazione artistica con una scelta oculata delle opportunità di lavoro.
Cimentandosi nelle prove attoriali più disparate e spaziando tra il cinema mainstream e quello più ricercato, l’abbiamo vista apparire in titoli di rilievo come “L’avvocato del diavolo” e “Le regole della casa del sidro”, ma è soprattutto con “Monster” - film del 2004 ispirato alla figura della serial killer Aileen Wuornos - che è riuscita a mettere in campo il massimo delle proprie doti espressive, ricevendo l’anno successivo il premio Oscar come migliore attrice protagonista.
Da quel momento, Theron ha ulteriormente affinato la selezione delle proposte lavorative, collaborando con alcuni dei cineasti più affermati in circolazione e prediligendo sempre più produzioni dal taglio autoriale. Lo dimostrano pellicole come “Young Adult” di Jason Reitman, “Prometheus” di Ridley Scott e “Mad Max: Fury Road” di George Miller, quest’ultimo ampiamente acclamato dalla critica con la vittoria di sei premi Oscar. Per chi invece se lo fosse fatto sfuggire questa estate nelle sale, Theron è comparsa anche nel monumentale “Odissea” di Christopher Nolan, concedendoci ancora una volta, nei panni della sensuale Calypso, un’interpretazione di rara finezza e contribuendo al successo di una produzione che si preannuncia già in pole position per la prossima stagione dei premi.
Con 1,68 miliardi di dollari incassati in tutto il mondo, che ne hanno decretato il maggior successo di sempre nella storia della Universal, “Odissea” è stato anche al centro di opportuni festeggiamenti per celebrare questo straordinario traguardo. Con Theron in prima linea, l’evento svoltosi lo scorso 19 settembre presso lo Universal Studios Backlot di Universal City, a Los Angeles, ha dato spazio a una raccolta fondi per la Charlize Theron Africa Outreach Project (CTAOP), fondazione che fin dal 2007 si occupa di migliorare la salute e la sicurezza dei giovani sudafricani, allo scopo di offrire loro nuove opportunità per il futuro.
Ha dichiarato la star ai microfoni di Variety: “Mi sento come se avessi ricevuto un invito alla festa migliore della città e non sapessi nemmeno come ci sono arrivata. Sono semplicemente felice di essere stata invitata”. E, ribadendo quanto il suo rapporto con la Universal vada al di là dell’aspetto professionale, ha aggiunto: “Universal è davvero la mia famiglia. Devo tantissimo a loro. Sono rimasti al mio fianco per tutta la mia carriera”.
Passando al problema delle emergenze umanitarie, soprattutto rispetto al contributo che possono dare gli Stati Uniti per migliorare le condizioni di vita di milioni di persone, ha sostenuto: “È una convinzione sbagliata pensare che agli americani non importi quello che succede nel resto del mondo. Spero davvero che possiamo tornare a quei tempi, perché le persone stanno morendo”.
Soffermandosi nello specifico sull’emergenza sudafricana, Theron ha avvertito la necessità di riportare l’attenzione sulla questione femminile, riferendosi soprattutto ai reiterati episodi di violenza e ai continui casi di femminicidio che dilagano in tutto il Paese. Precisando che, per la fondazione, si tratta di una delle massime priorità, ha dichiarato: “Credo che stiamo entrando in un anno in cui dovremmo investire davvero molto nelle organizzazioni che lavorano sul campo contro la violenza di genere. Il femminicidio che sta avvenendo in Sudafrica in questo momento è di una brutalità incredibile”.
Raccontando di ricevere ormai quotidianamente notizie di donne uccise e lasciate abbandonate in una discarica dell’East Rand, la zona di Johannesburg in cui è cresciuta, ha aggiunto: “È come se non importasse a nessuno. Nessuno parla di queste cose. Il valore della vita delle donne deve contare. Se togliamo la questione umanitaria, cosa rimane? Se quello che ti interessa è sentirti al sicuro qui, in America, allora dovresti interessarti anche delle altre persone”.
Chiudendo con un auspicio che, tuttavia, appare ben lontano dalla sua realizzazione, ha concluso: “Il mio sogno, per quanto assurdo, sarebbe poter dire: non dobbiamo più farlo, è risolto. Ma non credo andrà così”.
Giovanni Scanu
