Ormai è chiaro a tutti quanto gli ultimi anni di cinema siano andati incontro a una rifioritura dell’horror. Da fulmini a ciel sereno come “Obsession” e “Backrooms” a conferme di talenti come Zach Cregger, tornato giusto poche settimane fa con l’inquietante “Resident Evil”, il genere ha dimostrato, oltre a non aver perso il suo smalto lungo la strada, di saper attingere abilmente da diverse fonti d’ispirazione: dai contenuti video diventati virali online al panorama dei videogiochi che, tra vari saliscendi, continua imperterrito a suggerire nuove trasposizioni.

Di fronte a questa tendenza, anche l’immaginario fumettistico può scoprirsi senz’altro un terreno fertile per nuovi racconti dell’orrore. Ciò, in particolare, dopo essersi fin troppo abituati a uno stile di cinecomic più o meno consolidato: prevalentemente dall’impostazione action-comedy, con eccezioni di rilievo tra cui l’inclinazione al thriller dei Batman di Christopher Nolan, o addirittura al musical, come visto in “Joker: Folie à Deux” di Todd Phillips. In questa stessa controtendenza si pone anche il “Clayface” di James Watkins: film considerato, fin dalle prime indiscrezioni, uno dei progetti più audaci del nuovo corso DC e che, senza paura di distinguersi dalla concorrenza, attinge a piene mani dall’estetica del body horror.

In uscita nelle sale il 22 ottobre, “Clayface” riprende la storia di uno dei villain più iconici dell’universo di Batman, nato dal lavoro a quattro mani di Bill Finger e Bob Kane e apparso per la prima volta sul primo volume di “Detective Comics”, pubblicato nel 1940. A caratterizzare il personaggio, a seguito di un’orrenda mutazione, è un corpo simile all’argilla, da cui derivano eccezionali abilità da mutaforma che gli permettono di assumere le sembianze di qualsiasi altra persona, rendendogli particolarmente agevoli le attività illecite tra le vie di Gotham City.

Sia nell’originale sia nella controparte cinematografica, il protagonista è Basil Karlo, una star hollywoodiana in declino che, per colpa di un violento incidente, diverrà ancora più ossessionata dal proprio aspetto e preoccupata per la carriera. Disposto ad apparire perfetto a qualunque costo, l’attore decide di sottoporsi a un trattamento di chirurgia sperimentale, incurante degli effetti collaterali in cui potrebbe imbattersi. Per sua sfortuna, il composto chimico che gli viene somministrato gli cambia la pelle, conferendogli un aspetto mostruoso, ma anche la capacità di modificare le proprie fattezze a piacimento. Determinato a vendicarsi dei responsabili della sua trasformazione, Basil dà il via a una caccia spietata, facendo della città il palcoscenico della sua ultima e folle messinscena.

Collocandosi in una linea temporale antecedente a quella dell’ultimo “Superman”, come confermato dallo stesso James Gunn, “Clayface” seguirà una direzione profondamente diversa dallo stile dei titoli che attualmente compongono il filone del DC Universe. Con protagonista Tom Rhys Harries, già incontrato, ad esempio, nella serie televisiva “Suspicion”, il tono della pellicola rievoca fin da subito alcuni cult della filmografia di David Cronenberg e si concentra, oltre che sull’elemento disturbante delle deformazioni corporee, sul crollo psicologico del protagonista, come confermato da Peter Safran, co-responsabile del DCU, in una precedente intervista.

Come accaduto con il già citato “Resident Evil”, anche “Clayface” seguirà una linea narrativa autoconclusiva. Se infatti nell’ultimo film di Cregger l’obiettivo è stato essenzialmente quello di rievocare l’esperienza survival horror dei videogiochi originali, senza perdersi cioè nei meandri della mitologia ufficiale, così nel film di Watkins non sarà necessario ricollegarsi agli altri cinecomic DC o alle precedenti uscite cartacee per godere appieno dell’esperienza. Ciò, inoltre, confermerebbe il fatto che “Clayface” non consisterà in un titolo concepito al solo scopo di introdurre in futuro un nuovo appuntamento con l’Uomo Pipistrello, ma godrà anzi di una propria identità e autonomia.

In attesa dell’uscita di “Clayface”, a dimostrare l’efficacia di una simile operazione sono stati intanto l’accoglienza della critica e i numeri al botteghino ottenuti da “Resident Evil”. Con un eccezionale 96% di gradimento sul sito Rotten Tomatoes, un debutto di 60 milioni di dollari negli Stati Uniti e di 108 milioni a livello globale, l’ultima fatica di Cregger ha dimostrato che si può essere rispettosi del materiale di partenza senza riproporne necessariamente una copia carbone, ricordandoci per di più che la priorità sarà sempre quella di realizzare, innanzitutto, un film competente e capace di sorprendere, anche a costo di tradire le aspettative di qualche fan integralista.

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