Pnrr, su occupazione e Pil spinta doppia alle regioni del Sud
Nel Mezzogiorno i fondi Next Generation Eu hanno generato maggiore aumento di prodotto interno pro capite e di occupazionePer restare aggiornato entra nel nostro canale Whatsapp
Arrivato sul rettilineo finale dell’attuazione, il Piano nazionale di ripresa e resilienza sembra non mantenere del tutto le promesse ambiziose della vigilia in termini di impatto macroeconomico. Lo denuncia la crescita stentata del Paese, tanto più nelle difficoltà continue di una congiuntura internazionale che non dà tregua. E lo confermano le stime aggiornate dall’Ifel, l’Istituto per la finanza e l’economia locale dell’Anci, per Il Sole 24 Ore. Calcoli che mostrano però anche una conferma, questa volta positiva, di una delle speranze iniziali: la spinta degli investimenti realizzati con i fondi del Next Generation Eu è stata decisamente più intensa a Sud, dove ha generato un aumento di Pil pro capite e di occupazione doppio rispetto al Nord nel confronto con uno scenario in assenza di Piano. L’analisi dell’Ifel è fondata su un modello Var (vettoriale auto regressivo), che tiene in considerazione Pil reale e investimenti fissi lordi reali, entrambi in termini pro capite, l’evoluzione demografica e il ruolo del Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) comprensivo del cofinanziamento nazionale e parametrato alla popolazione. Nella dinamica cumulata tra 2021 e 2026, l’Istituto attribuisce al Pnrr una crescita aggiuntiva pro capite di 2,2 punti percentuali: valore che però è figlio di una media tra il +1,5% registrato nel Centro Nord e il +3,26% attribuito al Mezzogiorno. Questa distanza è spiegata soprattutto dagli investimenti nelle infrastrutture.
La voce «costruzioni» è infatti quella che determina l’impatto maggiore, con un aumento del Pil settoriale del 3,15% a livello nazionale e del 4,51% al Sud, che si confronta con un più modesto 2,24% nelle aree centro settentrionali.
Negli altri ambiti i contributi alla crescita sono più modesti, oscillando tra il +1,1% dell’agricoltura e il +1,76% dell’industria in senso stretto, e sono più ridotte anche le differenze territoriali. Il protagonismo infrastrutturale si riflette sulle dinamiche occupazionali. Anche in questo caso le costruzioni (+2,11% di occupazione totale rispetto allo scenario senza Pnrr) imprimono l’accelerata più decisa e registrano il divario maggiore tra il Mezzogiorno (+2,88%) e il Centro-Nord (+1,60%). Il risultato, aiutato anche da una forbice simile nell’industria, è un aumento complessivo di occupati del 2,18 % a Sud e solo dell’ 1,22 % nel Centro-Nord. Questa geografia degli effetti nasce dall’incrocio di molteplici fattori. Gioca prima di tutto la clausola Sud, che nel regolamento del Piano italiano ha imposto di destinare al Mezzogiorno almeno il 40% (contro una popolazione intorno al 33% del totale) delle risorse assegnate a ogni investimento e che appare essere stata rispettata a consuntivo. Ma a intensificare l’effetto di questo fiume di risorse è stata anche una maggiore reattività del bacino occupazionale meridionale, perché quando i tassi di inattività sono maggiori l’effetto di investimenti aggiuntivi è inevitabilmente più immediato. I dati forniti dall’Ifel aiutano anche a circostanziare una caratteristica dell’evoluzione macroeconomica diventata abituale negli anni del Pnrr; che per la prima volta da molto tempo hanno visto il prodotto interno lordo del Mezzogiorno crescere a ritmi un po’ più sostenuti rispetto al Centro-Nord colpito anche dalla crisi di Francia e Germania. Arriva da lì anche un aiuto decisivo ai record nell’occupazione al Sud, vantati a più riprese dal Governo, a cominciare dalla premier Giorgia Meloni; ma non va trascurato però il fatto che l’area rimane ancora molto lontana dai livelli medi europei. Fin qui il bilancio rimane comunque provvisorio. Perché per realizzarlo bisogna ultimare in tempo il programma del Piano. E sul punto le incognite restano rilevanti. Solo la scorsa settimana Meloni, al Senato, ha indicato in 117 miliardi la spesa effettiva dei fondi Pnrr registrata al 31 marzo: aggiungendo i 24 miliardi blindati nelle facilities, gli strumenti finanziari inventati per permettere ad alcune misure di scavallare la scadenza del 30 giugno, si arriva a quota 141 miliardi, cioè 53,4 miliardi sotto la dotazione complessiva del Pnrr. È vero che la verifica del Piano si fonda sul raggiungimento di milestone e target e non sull’esaurimento delle risorse finanziarie, ma a pochi mesi dal traguardo la quota ancora inutilizzata appare decisamente troppo ampia per essere spiegata solo con eventuali risparmi rispetto alle previsioni iniziali. Il fatto che il lavoro sia tutt’altro che finito è confermato anche dall’ennesima rimodulazione che il Governo sta negoziando con Bruxelles in vista di una presentazione ufficiale attesa entro la fine del mese. Dipenderà da questa ultima riscrittura la sorte di una parte non marginale dei 159 obiettivi rimasti da centrare per ottenere i 28,4 miliardi della decima rata.
Gianni Trovati - Manuela Perrone
(Estratto da “Top24 Fisco”, Il Sole 24 Ore, 19 maggio 2026, in collaborazione con L’Unione Sarda)
