Combattere le malattie: l’intervento del 5 febbraio
Di Antonio BarraccaChe risposte possiamo dare, che riflessioni dobbiamo elaborare per capire le cause che hanno determinato il drammatico peggioramento della qualità dell’assistenza del nostro servizio sanitario regionale? Per cominciare possiamo partire da due concetti sostanziali che negli anni hanno presentato punti di contatto e altri di separazione: è preferibile, direi essenziale mettere al primo posto la cura della malattia, ma non possiamo dimenticare, anzi dobbiamo dare enfasi alla cura della persona ammalata.
In parte possiamo argomentare che visto l’allungamento dell’aspettativa di vita dovremmo propendere per la seconda ipotesi, ma il contesto generale delle cure ospedaliere ha bisogno di una componente accessoria, ovvero se nella corsia dove il paziente è ricoverato le cure ed i bisogni di ogni singolo paziente sono affidati ad un medico responsabile oppure ad un gruppo di medici che possono condividere le cure.
A mio parere in linea generale ogni paziente deve avere un suo medico di riferimento certo che si tratti di curare la malattia o la persona ammalata. Vediamo come. Immaginiamo che i medici di un reparto alla fine di una mattinata di lavoro si scambiano opinioni sui pazienti ricoverati. Inaspettata si presenta una persona che dice di essere l’avvocato di un paziente che sta per essere ricoverato. Quest’avvocato ci informa che il suo assistito è testimone di Geova e ci diffida dal fare trasfusioni di sangue. L’avvocato saluta, va via, mentre la sala si svuota. Dalla storia clinica risulta una grave malattia renale che deve essere curata con la dialisi e una grave anemia che necessita di urgenti trasfusioni. In situazioni simili esiste un percorso istituzionale che può arrivare fino alla decisione di un magistrato che libera il medico dalle sue responsabilità. Percorso lungo che espone il paziente e lo porta a sostenere ancor più la sua convinzione.
Cosa fare? Il paziente viene fatto portare col suo letto in una camera riservata. Gli viene spiegato quello che serve per star meglio e la scelta migliore per la sua salute era fare una trasfusione di sangue in maniera riservata. Dopo un piccolo tentennamento il paziente si sentì sollevato, perché comunque le sue convinzioni erano salve e ringraziò. E cosi fece ogni volta che lo si incontrava. Questo per me è curare la persona ammalata.
Vediamo un altro versante. Si viene contattati da un medico di un altro ospedale perché una loro paziente non sta urinando. Hanno tentato più volte di posizionare un catetere nella pelvi renale ma i tentativi non hanno dato i risultati sperati. Bisognava capire le cause, ovvero la malattia. La paziente aveva un solo rene perché un rene gli era stato asportato dopo un trauma. Inoltre aveva una condizione cardiaca che provocava la formazione di coaguli. Serviva un’arteriografia. La storia era chiara. La paziente aveva manifestato un forte dolore al rene ed aveva smesso di urinare. Era molto probabile che un coagulo avesse ostruito l’arteria renale. Nel giro di poche ore aveva iniziato una terapia anticoagulante per ripristinare la circolazione del sangue nel rene. Queste due condizioni, curare una persona ammalata e curare la malattia sono sfide quotidiane alle quali i medici devono rispondere. Fare una diagnosi soprattutto se complessa è una di quelle sfide che riempiono d’orgoglio il medico e ridanno gioia e speranza al malato.
Per vincere queste sfide i medici devono investigare, documentarsi ogni giorno, raccogliere i dati di condizioni simili, fare sintesi con tutti quelli che hanno l’ambizione di tentare di vincere la sfida tra la vita e le malattie.
Antonio Barracca