Il documento è blindato. I protocolli esterni lo hanno tenuto strettamente riservato. In pochi lo hanno letto e altrettanti capito. Il tema è di quelli da far tremare le vene dei polsi. Il quesito è esplicito: cosa succede sotto la discarica dei veleni di Serra Scirieddus sul Monte Onixeddu, nell'asse tra Carbonia e Gonnesa? La partita non è solo geologica. In campo ci sono le falde idriche, il deflusso idraulico, le infiltrazioni nei terreni. In ballo, in ogni discarica, c'è il rischio di disastro ambientale legato a quell'acqua che sottoterra non conosce né semafori tantomeno sensi unici. Scorre e avanza, senza giustificare cambi di rotta e scorciatoie. Quando si realizza una montagna di rifiuti, a maggior ragione se pericolosi, il primo punto è la scelta del sito. Deve essere il più possibile impermeabile, deve essere al riparo da possibili flussi idrici e compluvi. L'area dove seppellire rifiuti, per intenderci, deve essere lontana mille miglia da quei corsi d'acqua naturali segnati dalle curve di livello e dalle pendenze.

Uova in autostrada

Non si può mettere un contenitore d'uova in mezzo ad un'autostrada. Mettere una discarica di rifiuti pericolosi dove c'è un flusso d'acqua naturale, una convergenza plurima di deflussi idrici, non solo è una follia, ma è vietato dalla legge. E' per questo motivo che il documento finito nelle nostre mani è rimasto sotto traccia. La richiesta, protocollata in uscita dalla Provincia del Sud Sardegna il 13 novembre del 2017, è stata acquisita dall'Agenzia regionale per la Protezione Ambientale, l'Arpas, con il protocollo 38087. L'ente intermedio, competente a rilasciare le autorizzazioni ambientali, non ha le figure professionali per accertare quanto la Riverso, la società dei Colucci che gestisce la discarica di Carbonia, ha dichiarato a proposito di quello che succede sotto quel gigantesco cumulo di rifiuti pericolosi. E' il 10 marzo del 2017 quando, a seguito di diverse verifiche in discarica, la Provincia, con determinazione numero 80, emette un provvedimento durissimo contro la Riverso.

La diffida

Una vera e propria formale "diffida" senza mezzi termini. Un atto sparito dal sito della Provincia ma che resta al protocollo interno. Il dispositivo è esplicito: in base all'art.29-decies, comma 9 lettera a) della "sacra bibbia" dell'ambiente, il decreto legislativo 152 del 2006, la Riverso è "diffidata" ad esercitare l'attività di gestione della discarica e a provvedere, pena la sospensione delle autorizzazioni, al rispetto delle prescrizioni indicate nel provvedimento. La diffida della Provincia elenca sette gravi inadempienze e obbliga, entro determinate tempistiche, ad ottemperare a quegli obblighi. Si passa dalla mancata realizzazione dell'argine perimetrale, che stranamente non era stato ancora realizzato, all'assenza dei presidi di gestione delle acque piovane, in pratica nessun controllo dell'acqua che attraversava la discarica.

I contatori dimenticati

Dalla diffida emerge che mancano i contatori volumetrici per la misurazione del percolato, come se Abbanoa facesse scorrere l'acqua in tubi bucati e non calcolasse l'acqua che perde. Tra le gravissime inadempienze i tecnici di Arpas avevano segnalato anche l'assenza del contatore volumetrico per le acque del canale sotto-dreno. In pratica, il cuore del problema. Quanta acqua scorre sotto la discarica? Qual è il livello di erosione del fondo della montagna dei veleni? Domande che non lasciano il sonno tranquillo a chi ha autorizzato la discarica e a chi deve monitorarne la sicurezza. E' per questa ragione che la diffida della Provincia, al punto sette, impone alla Riverso di presentare, entro 90 giorni, una relazione tecnica che descriva la consistenza e l'integrità del fondo di argilla in relazione al passaggio delle acque raccolte nel tubo sotto dreno, un tubo dove in teoria dovrebbero passare le acque che prima scorrevano in superficie. Si tratta della prima volta che la Provincia mette sotto la lente di osservazione il più delicato dei problemi della discarica di Serra Scirieddus, quello del sito e dello stato di sicurezza del fondo della ciclopica collina dei veleni.

L'anarchia dell'acqua

Lo capisce anche un bambino: se dovesse cedere o erodersi il fondo della discarica sarebbe un disastro incontrollabile per l'intero territorio, per le anarchiche falde idriche del sud Sardegna, vista anche l'alta quota a cui è stata realizzata la montagna dei veleni. Entro i novanta giorni successivi alla diffida la Riverso risponde. E, come era prevedibile, sostiene che tutto è sicuro, che le rocce sono impermeabili, che non esiste flusso idrico in grado di modificare il sottofondo della discarica e che la tenuta del catino è garantita. La Provincia non perde tempo e rilancia la palla all'Arpas, l'Agenzia regionale dotata di un Dipartimento Geologico in grado di passare al microscopio la risposta di Riverso. La prescelta per il compito di fare le pulci alla relazione è uno dei pilastri del servizio geologico del Dipartimento Arpas. Egidia Bruna Melis è il funzionario formalmente incaricato di smontare le affermazioni della società della famiglia Colucci.

La Carta geologica

Al suo attivo la geologa regionale ha lavori che lasciano il segno nello studio della geologia dell'Isola, a partire dalla firma, insieme ai suoi colleghi, della Carta Litologica della Sardegna, una sorta di vocabolario geologico della Terra sarda. E' anche per questo motivo che la funzionaria dell'Arpas non ci pensa due volte a sottolineare che la relazione di Riverso è fondata su quella che loro stessi definiscono una «preliminare/sommaria conoscenza della specifica connotazione geologica ed idrogeologica del sito». La geologa dell'Arpas rincara la dose: «La "...sommaria conoscenza della specifica connotazione geologica del sito." si evince in diverse parti del testo e delle figure a corredo della Relazione tecnica, in cui sono ricorrenti refusi e incongruenze sulla attribuzione e definizione dei terreni su cui è impostata la discarica in esame». Come dire, i presupposti delle analisi sono sbagliati a partire dalle fondamenta dell'analisi geologica. Quando l'analisi prende in esame il fulcro del tema, l'ubicazione della discarica, le affermazioni diventano fendenti. «La discarica - è scritto nella relazione del dipartimento geologico dell'Arpas - risulta impostata in corrispondenza di una depressione valliva definita da due compluvi naturali passanti per i vertici nord est e sud est della discarica, e convergenti in una zona di impluvio, a valle della quale, a quota 140 metri, era cartografata la presenza di una piccola diga. La realizzazione della discarica ha modificato completamente la morfologia originaria del territorio».

La sentenza

Le affermazioni del dipartimento geologico dell'Arpas sono choc. Praticamente l'accumulo dei rifiuti sarebbe avvenuto proprio in un crocevia di flussi d'acqua che poi finivano in quella diga richiamata dalla geologa nella relazione. La sentenza è poco dopo. E' scritto chiaro, anche per i non addetti ai lavori: «La costruzione della discarica in tale contesto morfologico non soddisfa i requisiti normativi espressi nell'art. 2.1. (Ubicazione) dell'Allegato 1 (Impianti di discarica per rifiuti non pericolosi e pericolosi) del D.Lgs. 36/2003 secondo il quale "le discariche non devono essere normalmente localizzate in aree esondabili, instabili e alluvionabili"». E aggiunge: «Il D.Lgs. 36/2003 cita inoltre, "… Con provvedimento motivato le regioni possono autorizzare la realizzazione di discariche per rifiuti non pericolosi nei siti sopradescritti».

Fuorilegge

La sostanza è semplice: discarica fuori legge, realizzata dove la legge lo vieta. Non ci sono i requisiti fondamentali. L'area è in mezzo ai corsi d'acqua, alla convergenza idraulica di compluvi e impluvi. Vietata. La geologa segnala una deroga possibile in mano alla Regione: si può realizzare in un'area simile solo con motivato parere, ma solo per materiali non pericolosi. In realtà la discarica, progettata nel 1990, e realizzata negli anni 2000, è nata come discarica di inerti, mai e poi mai si era parlato di rifiuti pericolosi. Nella controanalisi dell'Arpas, però, c'è di più e peggio. Sotto accusa c'è la permeabilità delle rocce del sottosuolo. In pratica il grado di penetrazione dell'acqua tra le rocce.

Norme e permeabilità

Il dipartimento di geologia è tranchant: «I valori di permeabilità citati nella Relazione tecnica relativamente al substrato di rocce metamorfosate del sito di discarica non soddisfano pertanto il requisito normativo richiesto dal D. Lgs. 2003, n. 36 che disciplina le attività di smaltimento dei rifiuti in discarica». La conclusione della relazione dell'Arpas colpisce il sottosuolo: «Non si concorda nel ritenere che "il deflusso di tali acque attraverso l'orizzonte di sotto dreno della discarica non è in grado di alterare lo strato di argilla soprastante"». In pratica, secondo l'Agenzia, le acque che passano sotto la discarica potrebbero minare il sottofondo con tutto quello che consegue. L'affermazione della geologa regionale è suffragata da una confessione della stessa relazione della Riverso: "L'installazione del contatore volumetrico sul canale di sotto dreno (prescritto dalla diffida della Provincia) non fornisce alcuna informazione utile a valutare l'integrità del fondo della vasca della discarica".

Il buio nel sottofondo

Un passaggio che conferma la gravità della situazione visto che la norma è chiara: «deve essere dimostrata la sicurezza durante la fase di esercizio e a lungo termine nei confronti delle matrici ambientali». Una discarica al buio, in mezzo ai flussi d'acqua, nata per smaltire inerti e finita per accumulare sette piani di rifiuti pericolosi. La relazione dell'Arpas è rimasta chiusa nei cassetti. Ignorata, come i pericoli latenti nella valle di Monte Onixeddu.

Mauro Pili
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