90 secondi + recupero: “Bandiere e bandierine”, il calcio senza più giocatori simbolo

06 febbraio 2026 alle 20:10

Il calcio moderno ha ancora spazio per le bandiere? È la domanda al centro di “Bandiere e bandierine”, la nuova puntata di 90 secondi + recupero, il podcast di Lele Casini che racconta piccole storie rossoblù in un minuto e mezzo. L’appuntamento, come ogni venerdì alle 14.15, è su radiolina.it, in radio, su Spotify e su unionesarda.it.

Le bandiere del calcio di una volta

Un tempo c’erano i giocatori simbolo, quelli che non cambiavano mai maglia. Campioni che firmavano praticamente a vita per un club, diventando identità, memoria e anima della squadra. Nomi che attraversano le generazioni: Rivera, Facchetti, Baresi, Bergomi, Del Piero, Totti. E per il Cagliari, naturalmente, Riva e Conti.

Ogni epoca ha avuto i suoi idoli. Erano le “bandiere”, calciatori che non si lasciavano convincere dal tintinnio dei soldi o da obiettivi più ambiziosi. La fedeltà alla maglia era parte del racconto sportivo, un valore quasi romantico che legava tifosi e giocatori in modo indissolubile.

Il calcio è cambiato: mercato e globalizzazione

Poi è arrivata la rivoluzione. Sponsorizzazioni astronomiche, la sentenza Bosman, l’esplosione dei mercati esteri: prima quello cinese, poi quello arabo. Il calcio si è globalizzato e con lui anche le carriere dei calciatori.

Oggi in Serie A la permanenza media di un giocatore nella stessa squadra è tra i 2 e i 3 anni. Una fotografia che racconta meglio di qualsiasi opinione quanto il sistema sia cambiato. Migliorato o peggiorato? La risposta resta soggettiva. Di certo è diverso.

I numeri lo confermano: attualmente l’Atalanta è la squadra con la rosa più “fedele”, con una media di quasi 1500 giorni di permanenza a Bergamo. A Verona la media scende a 346 giorni, meno di un anno. Il Cagliari si posiziona a metà classifica con 619 giorni, mentre il record individuale rossoblù appartiene a Leonardo Pavoletti, con oltre 3100 giorni in Sardegna.

Il caso Cagliari e il dibattito sui trasferimenti

Gli ultimi movimenti di mercato, soprattutto il trasferimento di Luperto, hanno riacceso il dibattito tra i tifosi. Nel calcio contemporaneo vale una regola non scritta: tutti hanno un prezzo, nessuno è davvero indispensabile. Un giocatore è incedibile fino a quando condizioni e cifre non lo rendono sacrificabile.

I bilanci delle società, spesso appesi a un filo, impongono operazioni convenienti per restare nel calcio che conta. C’è chi vende per crescere e chi per sopravvivere. Allo stesso tempo, anche i calciatori, in nome della carriera e della professionalità, smettono presto di baciare lo stemma o di battersi il petto davanti alla curva. Il rapporto con la maglia diventa più fluido, meno eterno.

Tifosi e identità: le vere bandiere

Il vento del calcio può cambiare direzione, e con lui anche le bandiere — o bandierine — possono sventolare da una parte o dall’altra. Alle società, per soddisfare i propri tifosi, si chiede sempre più spesso di strizzare l’occhio alla finanza. Ai tifosi, però, no.

Non si può chiedere di accettare tutto contro la loro passione. Perché i colori della loro bandiera non sono quotati in borsa: sono nel cuore. Ed è proprio quel cuore che li protegge dalle correnti più convenienti del calcio moderno.

È questo il nucleo emotivo della nuova puntata di 90 secondi + recupero: una riflessione rapida ma profonda su cosa resta immutabile in uno sport che cambia continuamente. Le bandiere forse si muovono, ma la passione dei tifosi resta piantata a terra.